BFM37 – Le keyword del nostro presente

L’ anima corsara di Pier Paolo Pasolini si aggira già da qualche giorno tra i vicoli del Bergamo Film Meeting. E’ partita dalla ex-chiesa della Maddalena, dove è stata allestita una mostra fotografica dedicata alla preparazione de Il fiore delle Mille e una notte, ed ha continuato a vagare fino ad approdare al cinema San Marco. Una volta lì, PPP lo immaginiamo seduto in un degli angoli più riservati della sala per assistere a <3, film di Marìa Antón Cabot. Ciò che si accinge a guardare sembra essere qualcosa che lo interessa da vicino, che riprende in causa i suoi Comizi d’amore del 1963 per proporne una versione aggiornata, necessariamente figlia del retroterra millennial.

<3 (traducibile in cuore, amore e tutte le sue varianti. Purché non sia minoreditre…) si propone infatti di restituire uno spaccato di sessualità ai tempi degli smartphone, di Tinder e WhatsApp.

Ci sono però da fare delle distinzioni tra questo lavoro e l’alter ego pasoliniano. Quell’opera si nutriva di una forza provocatoria certificata dalla continua presenza in campo dello stesso Pasolini, autore di rottura che usava il linguaggio televisivo (microfono alla mano, inquadrature semisoggettive a prendere intervistato ed intervistatore) per raccontare oscenità impossibili da ascoltare sul primo canale. Anche per questo le domande che egli poneva erano indirizzate ad un’Italia trasversale, fatta di ragazzini, quanto di massaie ed impiegati.
Marìa Antón Cabot invece restringe il campo e lo tiene talmente stretto da escludersi dall’inquadratura. Le sue sono domande che vengono da fuori, da dietro la mdp, per essere indirizzate ad un campione preciso di intervistati: i teenagers madrileni. Allora si perde quella gerarchia tra mezzo televisivo e soggetto inquadrato tanto derisa da Pasolini, per raggiungere sin da subito una orizzontalità del discorso necessaria a carpire contenuti. Unica frontiera divisoria è allora lo smartphone, costantemente tenuto in mano da questi ragazzi spagnoli un po’ per rifuggire dalla timidezza, un po’ per raccontare una sessualità che ormai parte innanzi tutto da lì, da quelle chat, da quei like.

E’ una omologazione puerile quella raccontata da <3, predetta al tempo dal poeta ed oggi andata persino oltre i limiti auspicati dopo il ’68. Viene allora da pensare che l’uomo moderno che si vuole raccontare in questa seconda giornata di Bergamo Film Meeting è anche un individuo solo, che con cinismo disegna sul terreno quadrati entro cui stare per poi sollevare barriere di indifferenza nei confronti del prossimo. Per non guardare e non essere guardato.


Ancora una volta i sostantivi da mettere in gioco sono «alienazione», «incomunicabilità», «inadeguatezza». Keyword del nostro presente, che ritornano però da almeno un secolo e si rifanno vive prepotentemente nel kafkiano Insetti, di Jan Švankmajer, vero e proprio testamento metacinematografico di uno dei gotha del surrealismo praghese, presentato nella sezione GAMeCinema. Bergamo Film Festival

Stile differente ma riflessioni complementari per un altro maestro dell’animazione presente a Bergamo in questi giorni. Mariusz Wilczynski con I tempi sono cambiati racconta gli albori del cinema tra Chaplin e Nino Rota. Una retrospettiva tutta dedicata ai suoi lavori è allestita nei giorni del festival per celebrare l’imminente uscita in sala del suo primo lungometraggio dal titolo Kill it and leave this town, dopo una genesi durata dodici anni.

Un’Europa sfilacciata, tenuta unita dalla sola incapacità di essere davvero umani. Un sentimento che corre dalla Polonia di Wilczynski alla Grecia in cui è ambientato Holy Boom, secondo film in concorso.

L’esplosione di una cassetta delle lettere, causata da un petardo gettato per gioco da un gruppo di ragazzini, sconvolge la vita di un gruppo di persone che vivono in uno dei quartieri più poveri di Atene. In quell’agglomerato di palazzi vive la stessa Maria Lafi, regista di un film che pone gli accenti su una problematica in espansione nelle capitali europee, quella della difficoltà di integrazione tra vecchio e nuovo, tra autoctoni e migranti.

Holy Boom è un film corale che racconta differenti esperienze di vita, di gente che da vari angoli di mondo si ritrova a vivere nella capitale greca condividendo spazi ed abitudini. Ma quella convivenza, se mal gestita, può essere esplosiva. In uno degli ultimi campi lunghi sulla città si intravede lontano il Partenone, simbolo di una civiltà con cui dover fare i conti. Ma simbolo anche di una Grecia che cambia, che custodisce gelosamente le proprie tradizioni, il passato, la propria cristianità ortodossa,  senza mai veramente apprendere che quel passato, quella tradizione, si poggiavano sul dialogo tra le diversità.   

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