Blog SOLDOUT. The Mule: Eastwood per le strade di Peckinpah

Non credo che ci siano dei film di Peckinpah che non mi piacciano, per una ragione o per l’altra. Tutti i suoi film sono permeati, ‘abitati’ da qualcosa di profondo, ce ne sono di più o meno riusciti, ma trovo che non ce ne sia uno in cui non riesca a ritrovare ciò che amo delle sue opere“. Sono le parole di Olivier Assayas nell’intervista contenuta nel documentario Sam Peckinpah: un portrait realizzato nel 2006 da Umberto Berlenghini e Michelangelo Dalto. Le parole del regista francese mi sono tornate in mente vedendo al cinema l’ultima immensa ‘fatica’ di Clint Eastwood, The Mule – Il CorriereC’è un motivo però. Stavo divorando, sempre negli stessi giorni, le 600 monumentali pagine della biografia scritta da David WeddleSe si muovono falli secchi! – Vita di Sam Peckinpah’ (Minimum Fax). Forse l’unico elemento che accomuna i due, oltre ad essere nati in California, è aver lavorato con Don Siegel che aiutò i primi passi da regista televisivo di Peckinpah (1925-1984) e diresse invece Eastwood (1930) in cinque pellicole. Carriere e biografie così diverse ma che hanno avuto grande influenza sul western e non solo. Ma prendendo a prestito la riflessione di Assayas, non credo ci siano dei film di Eastwood che non mi piacciano…e vale anche per Peckinpah. 

Nel 1969 Il Mucchio selvaggio taglia di netto la storia del western facendo deragliare l’immaginario del pubblico con un capolavoro che ha influenzato registi e sceneggiatori a venire. Ma dieci anni prima Peckinpah aveva già dimostrato il suo genio creativo prima con la serie tv The Rifleman poi creando The Westerner, “per Sam fu una camminata sui carboni ardenti. Salì sulle fiamme come uno sceneggiatore di qualche episodio e ne uscì cineasta“, scrive Weddle. Negli stessi anni un quasi sconosciuto Eastwood incontra Sergio Leone e inizia l’epoca del western all’italiana. C’è tanto cinema nella biografia di Peckinpah scritta da Weddle (sceneggiatore e produttore), non solo i film realizzati, quelli scritti e anche solo quelli sognati ma mai neanche arrivati sul tavolo dei produttori. C’è Hollywood, quella vecchia (quando in vetta al botteghino c’erano John Wayne e John Ford) e la ‘new-Hollywood’ che a metà degli anni ’60 si faceva largo scalpitando per imporre nuovi temi e rivendicare il proprio spazio autoriale contro le Major. Peckinpah, un laconico ‘santo bevitore’ instancabile, figlio di una famiglia benestante di Fresno, ha vissuto a cavallo di questa rivoluzione culturale e ha lottato per ogni singolo centimetro di pellicola. il lavoro di Weddle è accurato e attento a rimettere sempre in discussione il suo protagonista. Dall’esperienza nei Marines all’approdo prima al teatro e poi alla televisione. C’è tutta la complessità dell’uomo e del regista nel racconto che Weddle distende e analizza aiutandosi con interviste (vecchie e nuove), ricordi e impressioni di chi l’ha conosciuto e riferimenti bibliografici di critici e storici, lungo le 600 pagine. La genesi dei suoi film, le sbronze e le follie di un personaggio impossibile da domare. Gli amori e le amicizie del suo clan. I fallimenti e la lenta discesa all’inferno. La rinascita, purtroppo in gran parte postuma, grazie proprio ai ‘Cahiers du Cinéma’ dell’allora giovane critico Assayas. Chi ha amato: Sfida nell’Alta Sierra, Il Mucchio Selvaggio, Cane di paglia, Getaway!, Pat Garrett e Billy The Kid, Voglio la testa di Garcia (lo registrai da un Fuori Orario su una videocassetta perché era il suo unico film che ancora non avevo visto), Killer Elite, La Croce di ferro, Convoy e Osterman weekend, può stare certo che ‘Se si muovo falli secchi!’ vale decisamente il tempo che merita.

 

P.S. – “Clint Eastwood ha fatto il vecchio per più della metà della sua carriera”, ho letto questa frase su ‘Il Manifesto’ e pensandoci un attimo è effettivamente così. Mentre Earl Stone guida sulle strade polverose della frontiera ho pensato a Sam Peckinpah e a quanto avrebbe amato spassarsela con Earl.

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