Il corriere – The Mule, di Clint Eastwood

Peoria, Illinois, 2005. Quando il vecchio fioricoltore Earl Stone esce dalla sua casa residenziale e dileggia con sprezzante ironia l’auto dei suoi dipendenti messicani, sembra veramente che Walt Kowalski sia in qualche modo sopravvissuto ai proiettili che lo avevano crivellato nel finale di Gran Torino. E forse non a caso Clint Eastwood torna dieci anni dopo a recitare in un suo film affidandosi allo stesso sceneggiatore (Nick Schenk, che nel frattempo ha scritto anche il bellissimo The Judge di David Dobkin) a cui affida il compito di adattare la vera storia di Leo Sharp (il “corriere della droga novantenne” protagonista di un famoso articolo del New York Times). Earl è un reduce della guerra di Corea, un vecchio Gunny che coltiva e vende emerocallidi (i fiori di un solo giorno) curando questa passione con maniacale dedizione, bevendo con gli amici e ballando appena può. Ma c’è qualcosa che inizia a minacciare questo equilibrio (“interneta chi serve?”), mettendo in pericolo la sicurezza economica dei suoi affetti (una famiglia che ama ma che tiene inspiegabilmente lontana). Stacco. Dodici anni dopo la piccola attività è fallita e la casa è stata pignorata, perché i fiori non si vendono più di mano in mano ma di sito in sito. Nel 2017 non si ha più bisogno di annusare, di sfiorare e di concedere il giusto tempo alle emerocallidi… ci si accontenta solo di una veloce immagine e di un clic.

Non perde tempo, allora, l’Eastwood regista. In pochissime sequenze disegna una situazione e una perturbazione che (ri)conosciamo in ogni sua piega emotiva proprio perché sullo schermo c’è l’Eastwood attore. Ogni gesto di Earl si carica così di un portato simbolico che affonda le radici in 50 anni di cinema americano rendendo superfluo ogni altra inquadratura. Film speculare al recente The Old Man and the Gun? In parte sì: anche qui un anziano fuorilegge, anche qui una giovane star che gli dà la caccia – da Casey Affleck a Bradley Cooper, due straordinari controcampi etici che restituiscono uno sguardo in qualche modo “complice” –, anche qui l’inafferrabilità dell’old man garantita dal suo statuto iconico. Ma proprio qui c’è anche la differenza: se Robert Redford è l’etereo ladro gentile che “civilizza” gli spazi con la sua sola presenza, Clint Eastwood è ancora il rude cavaliere pallido che riporta i conflitti nel “deserto” della frontiera. Nel momento in cui il rapporto con la famiglia entra definitivamente in crisi – la figlia Iris (interpretata proprio da Alison Eastwood…) non vuole più aver contatti con lui e la moglie Mary (Dianne Wiest) gli rimprovera un intollerabile egoismo – Earl accetta di fare il corriere della droga tra El Paso e Chicago per conto di un cartello messicano. Non perde tempo ma impone il suo tempo: si ferma nei Motel di periferia, invita prostitute e rischia “attacchi cardiaci“, mangia i panini più buoni dell’Illinois perché “bisogna sempre godersi la vita“, infine canta Ain’t That A Kick In The Head di Dean Martin sparigliando i piani dei detective e dei trafficanti che lo inseguono contagiati dal suo caos. Insomma, non si riesce mai a prevedere gli anarchici spostamenti di quel vecchio mulo che arriva sempre o troppo presto o troppo tardi rispetto ai piani. Opponendo alle asfissianti geolocalizzazioni della nostra epoca quell’imprevedibile fattore umano già rivendicato da Sully Sullenberger (e persino dal capo del cartello messicano interpretato qui da uno straordinario Andy Garcia, a sua volta gangster di un altro tempo…).

Lo sa che somiglia a James Stewart?”, dice un poliziotto che non riesce proprio a vedere il carico di droga nel bagagliaio del furgone. Lucidissimo riferimento immaginario: Earl assorbe i segni del good american boy alla Stewart – con il discorso sulla “famiglia come unica cosa importante” che ha veramente echi di Frank Capra – proprio mentre attraversa per l’ennesima volta un’ambigua frontiera morale alla John Wayne. Dimostrazione di quanto nel XXI secolo il cinema di Eastwood operi una miracolosa tessitura tra istanze opposte, tra realtà e leggenda, tra legge e frontiera, proprio perché è il cinema americano come cielo inglobante ad essere messo in pericolo dalla rete virtuale che ipoteca la “casa” e fa appassire i fiori del vecchio Earl.

L’America profonda va fisicamente attraversata, quindi, per poter regalare il matrimonio dei sogni all’amata nipote, salvare il locale dei reduci di guerra e aiutare i vecchi amici in difficoltà economiche. Earl torna nel west. Chiama “beaner” i trafficanti messicani, poi si ferma ad aiutare una coppia di afroamericani chiamandoli “you negro folks“, perché “non ha mai avuto filtri” provocando risate imbarazzate a ogni epiteto utilizzato. Ma dovremmo veramente fermarci a giudicare queste superfici? Earl – come William Munny, Frankie Dunn, Walt Kowalski  e tanti altri personaggi eastwoodiani – è un vecchio uomo di frontiera che sa nello stesso istante riconoscere e difendere il fattore umano dietro ogni pregiudizio ideologico di facciata, allargando la (sua) famiglia ideale senza esitazioni (dal malinconico poliziotto Bates al trafficante tormentato Julio). Eastwood, insomma, restituisce una scorretta referenza al segno verbale – in un cinema quasi antropologico sull’America puritana, che trova il suo apice proprio nel vertiginoso Ore 15:17 – Attacco al treno – per poi inabissarla al cospetto di una verità interiore irriducibile e autentica. Perché per Clint la verità è sempre quella del gesto, del viaggio, al di là di ogni retorica.  Da questo punto di vista è ancora un cinema intimamente e meravigliosamente fordiano: Earl, come l’Ethan Edwards di Sentieri Selvaggi, rivendica una soggettività ambigua, tormentata, tutt’altro che esemplare, ma esige altrettanta onestà e schiettezza nel controcampo spettatoriale. E proprio come John Wayne che eleva la nipote Natalie Wood al di sopra di ogni pregiudizio eleggendo quel gesto finale a forma simbolica di un’utopia da inseguire oltre ogni umana imperfezione, Earl coltiva per infiniti viaggi in Messico una singola scelta etica che lo redima agli occhi della nipote Ginny. Un singolo fiore nel deserto che vivrà solo per pochi attimi… il tempo di un film.

 

Titolo originale: The Mule
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, Alison Eastwood, Taissa Farmiga
Distribuzione: Warner Bros.

 

Durata: 116′
Origine: Usa 2018

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