#Cannes2016 – Le Cancre, di Paul Vecchiali

“Portami in riva al mare”, dice Rodolphe, il patriarca senza famiglia, al figlio Laurent, mentre le forze vengono definitivamente meno. E la sua immagine si confonde proprio con quella del mare che continua, bellissimo e indifferente, a ondeggiare. Si apre così Le Cancre di Paul Vecchiali, che, per la prima volta entra in selezione ufficiale a Cannes, fuori concorso. Un film che si apre al presente, alle pratiche del digitale più immediato e “democratico” possibile, ma si declina al passato, nel gioco delle suggestioni cinefile e delle parole, che si schiudono alle dimensioni della letteratura e del teatro. Ed è sempre in questa oscillazione tra il presente e il passato che vive tutta la sua sostanza emotiva e sentimentale.

Del resto, in prima istanza, il film racconta un confronto generazionale, quello tra un padre ormai anziano e un figlio ancora incerto sulla direzione da intraprendere. È un rapporto, quello tra Rodolphe e Laurent, che sembra trovare tutta la sua intensità proprio nella distanza, nell’incapacità di dire e manifestare i sentimenti, di trovare punti di connessione che non si esprimano in forme conflittuali. Eppure è un rapporto che ha una dolcezza profonda, immediata, quasi violenta. I due condividono la stessa casa. E, intorno a loro, una serie di personaggi che assomigliano a fantasmi. Gli amanti di Laurent e le donne della vita di Rodolphe, una specie di Charles Denner sopravvissuto ai decenni, che ritrova e rivive i suoi “amava”. Ma, più di ogni altra, ha una donna in mente, Marguerite, l’amore più intenso, appassionato, la sua più grande nostalgia.

C’è uno spunto autobiografico in partenza, poco più che un aneddoto: Vecchiali che ritrova su facebook, dopo settant’anni, il suo primo amore, Marguerite appunto. È solo un fragile inizio, ma racconta, una volta di più, questa fantastica frizione dei tempi, che è propria di tutto il film. Facebook e le canzoni démodé, l’ipad con cui gioca Laurent e la memoria del vecchio Rodolphe. Vecchiali mostra un disinteresse formale figlio della rivoluzione digitale, come fosse un ventenne alle prime armi. Ma mantiene intatta l’eleganza del suo portamento e della struttura intellettuale del suo cinema.

Alla fine, Le Cancre sembra avere la stessa evanescenza di un bicchiere di latte versato sulla sabbia. Sarà per l’ingenua fragilità della sua forma che si sfalda in inquadrature apparentemente prive di raccordo, in scene giustapposte ma disconnesse, come fossero momenti di una rappresentazione teatrale. Sarà per la delicatezza dei sentimenti messi in gioco, che paiono rivivere solo sotto fermi di echi, di ricordi che attraversano, come fantasmi, lo spazio e il tempo di una scena. Sotto forma di vecchie e nuove star che entrano chissà da quale fessura del set per poi scomparire in sovarimpressione.

Eppure, dietro questa evanescenza, c’è la vita, il tempo che passa, la vecchiaia, la morte e l’amore, il rimpianto, l’orgoglio, il desiderio. Tutto quel grumo di passioni che si muove come un vortice dietro l’apparenza dei comportamenti e delle azioni, che ci divora dentro come un cancro “vitale”.