C’è un soffio di vita soltanto, di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

La storia utilizza il tema della memoria, un canale per stimolare nel ricordo tematiche come la guerra o l’identità sessuale. Fuori concorso al Torino Film Festival nella sezione L’incanto del reale

Lucy ha 96 anni ed è la più vecchia transessuale italiana. E già basterebbe per rendere la sua vita speciale. Non fosse che Luciano Salani, questo il nome di battesimo, è anche sopravvissuta al campo di concentramento di Dachau, dove era finita dopo la grazia concessa da Kesserling. I lavori forzati per evitare la fucilazione. C’è un soffio di vita soltanto risale nel tempo, lavora nel ricordo, sulla memoria e la testimonianza, mentre le immagini restano sul presente, sempre in fuga verso un fuori campo visualizzato grazie alle parole della protagonista. Il film è un nuovo capitolo della collaborazione di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, unione datata 15 anni tra cortometraggi e partecipazione ai Festival, l’ultima alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia con Il contagio. Lucy faceva la vita, si sarebbe detto un tempo, ed ha vissuto momenti terribili, come la guerra, eppure il racconto è lucidissimo, rotto soltanto dall’emozione. L’occasione di fare conoscere la propria storia viene fornita dalle persone che frequentano la sua casa, amici e assistenti sociali, con i quali è facile entrare in confidenza ed attivare un flusso. Per tramandare esperienze da una generazione lontana, riannodare i fili e spiegare una realtà figlia delle azioni di allora. Oltre le perdite delle persone care, oltre le sconfitte dell’umiliazione e gli scenari pieni di sangue.

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Violenza, odio e amore, una vita fatta di momenti casuali e significativi e lo smarrimento tragico concluso in una serena vecchiaia. Eppure le schegge sono sempre lì, certe cose non si dimenticano, resta l’abitudine di muoversi dentro un abisso. Prima ancora di vivere nel limbo di un’incerta identità sessuale e di finire travolta dagli eventi bellici, Lucy va ancora più a ritroso, giù fino all’infanzia, macchiata dalle molestie di un prete. E l’orrore, infinito e ripetuto, rischia a quel punto di togliere il respiro. Ma c’è ancora tempo per viaggiare e dare un significato all’esistenza. Nei dettagli si ricostruisce un’epoca e gli autori sono bravi a riconoscere i reperti, un esempio di storia riempita di mille altre storie a venire, destinata ad essere portavoce dalle ferite del corpo e dell’anima. La sola presenza basta a gravitare nell’attualità, agita i fantasmi, ammonisce e terrorizza, si muove lontano dai territori sacri, semmai ancora ve ne fossero, corrotti dal sangue delle vittime. Ogni piccolo frammento è sufficiente ad avvicinare un’icona e dare un senso ad un attivismo di rimando, ottenuto vivendo in un mondo analogico, e fa riflettere sulle tante inutili bandiere sventolate dietro la tastiera. L’urgenza è quella di scacciare gli incubi. Per allontanare il dolore. È tornare sui luoghi dell’Olocausto per la tappa finale della storia, ascoltare muti il silenzio del vuoto, sopra un cartello beffardo, l’ingresso dell’inferno, guardare l’inizio che coincide con la fine, ed essere un monumento contro la morte. Indagando nel mistero di un processo eccezionale, attraverso il microscopio, nei meandri segreti della creazione.

 

Regia: Matteo Botrugno, Daniele Coluccini
Interpreti: Lucy Salani, Porpora Marcasciano, Simone Cangelosi, Ambra Guarnieri, Louise Lisette Ngo Nyoung, Said Halssoussi, Maria Pelizzari
Distribuzione: Kimerafilm
Durata: 92′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
3.5 (4 voti)
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