CiakPolska 2019 – Corpus Christi, di Jan Komasa

Che Dio ti benedica è la frase sussurrata al finto prete proprio dopo la rivelazione dell’impostura da parte di una delle parrocchiane fin lì più osservanti. Questa esortazione cristiana emessa nel pre-finale racchiude nell’ambiguità della sua formula la cifra dell’operazione di Corpus Christi, di Jan Kamasa, passato con successo (premio Edipo Re per l’inclusione) alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia 2019. Spogliatosi letteralmente dell’abito talare, col magro corpo istoriato da tatuaggi di grana grossa che denotano per mezzo del tratto frettoloso la loro natura istintuale, il giovane Daniel esce dalla chiesa dannato e contemporaneamente redento. Per soprammercato la doppiezza semantica del suddetto augurio non aiuta a capire se il ragazzo sia destinato al Paradiso dell’assoluzione o all’Inferno della punizione. Non è insomma (volutamente) chiaro se Dio debba concedere ancora una volta il suo perdono a un ragazzo autore di una grande truffa e perciò meritevole di espiazione o debba accogliere nel suo seno un ex-carcerato rilasciato sulla parola che ha comunque saputo risolvere un conflitto all’interno di una comunità sofferente meglio del vicario designato. Corpus Christi prende le mosse da un episodio vero, quello di un diciannovenne che per tre mesi si travestì da prete arrivando persino a battezzare e sposare persone. Sceneggiato da Mateusz Pacewicz, il giornalista che trovò la storia per primo e ne fece un reportage, il film di Kamasa utilizza lo spunto del dato oggettivo per una riflessione libera su alcuni dei temi religiosi che la innervano. Il giovane regista polacco mostra subito il suo protagonista, interpretato da uno splendidamente allucinato Bartosz Bielenia, all’interno del carcere in cui è rinchiuso per aver ucciso senza volerlo un altro uomo. Pur lasciandosi avvincere dalla violenza del contesto, egli ha sinceri slanci spirituali, non bastanti però in sé stessi a fargli intraprendere la strada del seminario. Nella cattolica Polonia infatti la compassione verso gli ultimi si esaurisce nelle inusitate preghiere dell’iconoclasta prete che periodicamente porta loro il messaggio di Dio. I percorsi di recupero infatti hanno come esito esclusivo quello di un lavoro manuale che non la risoluzione delle cause profonde della delinquenza. Non c’è infatti vera rigenerazione morale per i carcerati, condannati in questo modo dentro e fuori alla perpetuazione dell’errore. Anche quando finalmente si trova in permesso premio Daniel sembra ricorrere alla droga e al sesso occasionale perché gli appaiono le uniche maniere che ha di scrollarsi la tara sociale che lo marchierà a vita.

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L’unica fuga alle rigide regole non scritte del consesso umano è uno scarto alla norma che, come quasi sempre, avviene grazie al Caso. Un giorno per farsi beffe di una ragazza che sulla panca di una Chiesa lo motteggia egli, grazie ad un vestito preso ad una festa hardcore la notte prima, finge di essere il sostituto mandato dalla Curia del parroco del luogo. E così l’equivoco, continuato fino alla somministrazione vera e propria dei sacramenti, sovverte le placide consuetudini di un paese ancora segnato da una terribile tragedia. Anni prima sei giovani ragazzi avevano perso la vita in uno scontro tra auto con un uomo che guidava ubriaco e la piccola comunità come reazione ha saputo solo ostracizzare la vedova, impedendole di frequentare la messa e seppellire perfino il corpo del marito.

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Corpus Christi approfitta dell’elemento alieno rappresentato da Daniel per raccontare dell’ineluttabilità tutta cattolica del peccato che l’uomo ostinatamente continua ad imporre ai propri simili. A scardinare le catene della colpa sarà proprio il finto padre Tomazs che ha provato sulla propria pelle l’impossibilità della fuga da tale meccanismo e meglio di chiunque altro capisce la necessità catartica che segue alla tragedia. Anche se carica il suo personaggio con un’aura cristologica fin troppo insistita (la scena appunto dello spoglio della tonaca con le braccia nude a croce) Komasa riesce a farne il contraltare ideale rispetto alla inconscia ma violenta formalità religiosa del paese. Il regista però non è obnubilato da un intento critico aprioristico. Non condanna in toto gli abitanti del borgo dato che li mostra con viva sensibilità devastati dall’immane lutto ma ne coglie le contraddizioni cercando di superarle con l’occhio estraneo del a sua volta redimibile Daniel. La messa in discussione del canone religioso avviene quindi non dall’alto dell’Io istituzionale ma dal basso di un io diviso tra volontà emendatrice e sincera empatia emozionale. Un altro contrasto fecondo che dimostra come la tetragonia dogmatica di tanto clero debba sporcarsi più spesso con le istanze di chi magari non frequenta i Concili ma sa riconoscere al volo l’ingiustizia di una condanna proprio per esserne stata a sua volta vittima

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