“Confessions”, di Tetsuya Nakashima

confessionsPassando per Battle Royale fino al magistrale Il canone del male, c’è un tutto un sottogenere nipponico che, a partire dai metodi non propriamente ortodossi adottati dagli insegnanti, penetra fin sotto la pelle del sistema formativo giapponese, scolastico ma non solo, per metterlo di fronte al proprio fallimento mostrandone il volto oscuro e perverso in tutta la sua intollerabile violenza. Ed è proprio prendendo le mosse dalla lunga confessione numero uno, la spietata lezione impartita con implacabile placidità dalla professoressa Yuko Moriguchi per punire i due studenti responsabili della morte di sua figlia, che Confessions, tratto dal romanzo di Kanae Minato e uscito nelle sale italiane dopo essersi fatto notare al Far East nel 2011, dipana la sua intricatissima matassa intessuta di continui slittamenti prospettici. Come dice la professoressa interpretata da Takako Matsu, il suono di qualcosa andato per sempre perduto assomiglia più ad un “KABOOM” che a un “POP”. E’ il suono della deflagrazione di quel mondo tanto cupo da far male e dove nessuno, né gli adulti, siano essi insegnanti o genitori, né i tredicenni che lo abitano, è più innocente. Un mondo nel quale Tetsuya Nakashima, che, dopo le follie dal sapore pop di Kamikaze Girls e Memories of Matsuko, si cimenta con un cinema virato al nero, fa perdere e precipitare senza possibilità alcuna di salvezza tutti i suoi protagonisti.

O almeno così vuole farci credere. Sì perché, mentre le confessioni di Yuko Moriguchi e dei suoi alunni, Shuya, Naoki e Mizuki, s’intrecciano l’una sull’altra mettendo lentamente insieme i pezzi di un mosaico che dovrebbe farsi sempre più macabro e invece risulta via via più innocuo, Confessions si limita a tentare di dare un nome e un movente alla colpa e in qualche modo, dunque, ad esorcizzarla, anziché riuscire a cogliere quanto si cela dietro l’immagine di essa e che è assai più terrificante di ciò che si agita sulla sua superficie. Basta vedere quel capolavoro di Kiyoshi Kurosawa che è
Penance per rendersene conto. Nel suo trattatello che si ripromette di spiegare il male, quando il male non ha faccia, non ha memoria, è il vuoto nel quale scompare ogni immagine, come ci continua a dire Takashi Miike con il suo cinema che è veramente cinema della crudeltà, Tetsuya Nakashima preferisce piuttosto porsi a una distanza di sicurezza da quella materia dove innocenza e colpa compongono una figura bifronte e dove la vita viene svuotata di senso, e da mestierante smaliziato si limita a saggiare l’effetto delle sue trovate stilistiche. Quello che rimane è solo un cinema di maniera che, con i suoi estenuanti ralenti fine a se stessi, le sue carambole indietro nel tempo e i suoi ritorni, con la sua partitura musicale che strizza l’occhio ad un mercato internazionale, con la geometria furbescamente ipnotica del suo montaggio e, perché no?, qualche concessione gore e una manciata di aperture comiche, fa del “male” nulla più che un rassicurante giocattolo di largo consumo.

 

Titolo originale: Kokuhaku
Regia: Tetsuya Nakashima
Interpreti: Takako Matsu, Yukito Nishii, Ai Hashimoto, Kaoro Fujiwara, Yoshino Kimura 
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Distribuzione: Tucker Film
Durata:106’
Origine: Giappone, 2010
 
 

 

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