EO, di Jerzy Skolimowski

Punta a un lavoro ‘godardiano’ sull’immagine ma la sperimentazione sul digitale nell’omaggio a Bresson e ad Au hasard Balthazar risulta obsoleta. Fuore fase poi tutta la parte italiana. Concorso.

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“I miei film si occupano di outsiders, dei dimenticati dalla società, di coloro che vivono ai margini”. Così aveva affermato Jerzy Skolimowski in occasione del Leone d’oro alla carriera che gli è stato assegnato al Festival di Venezia del 2016. L’asino EO è un altra variazione di figura respinte dal mondo o che, al contrario, evitano un universo dove prevalgono l’ingiustizia e la violenza. Il suo nuovo film, realizzato sette anni dopo 11 minutes, conserva l’atmosfera straniata e inquieta dei suoi primi film come Walkover o Barriera. Contemporneamente più che un remake, EO è un omaggio a tutto il cinema di Bresson che passa, necessariamente, anche per Au hasard Balthazar dove il legame parte proprio all’inizio del film ambientato in un circo.

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Al centro del nuovo lavoro dell’ottantaquattrenne cineasta polacco ci sono gli occhi malinconici di EO. Nel corso del suo cammino incontra persone buone e malvagie e passa dalla disperazione a una possibile felicità. Skolimowski sottolinea lo sguardo dell’innocenza dell’asino, mostra frammenti di soggettive alternando i dettagli sull’occhio, fa sentire il suo respiro e il suo pianto, la fatica dopo la corsa. Punta a un lavoro ‘godardiano’ su ‘quello che resta oggi del cinema’ e riparte idealmente dal frammento pixel del cielo di 11 minutes, atteggiamento simile con cui prova filtri rossi o pulisce e appiattisce l’immagine come in uno dei pochi frammenti attraenti come quello della fabbrica di notte. EO è la storia un altra impossibile convivenza con un mondo ostile dopo quella del combattente mediorientale interpretato da Vincent Gallo in Essential Killing. Al tempo stesso ripete uno dei temi ricorrente del cineasta, l’immobilità nella fuga, come in Lightship. La nave faro o l’incrocio tra dramma e magia al centro di L’australiano, con cui aveva vinto a Cannes il Gran Premio della Giuria nel 1978.

Nella sua curiosità verso tutte le possibili potenzialità del digitale, il cinema di Skolimowski smarrisce l’intensità di un cammino cristologico continuamente interrotto, forzatamente deformato, piatto nel mostrare la crudeltà dell’uomo come nella rissa tra tifosi dopo la partita di calcio. Il viaggio, il tentativo di ribellione, la speranza e la rasegnazione di EO vengono risucchiati in un’estetica visiva dove Skolimowski cerca confusamente una strada senza riuscire mai a trovarla. In più ci sono tutti i segni pesanti della co-produzione Italia- Polonia dove tutta la parte nel nostro paese risulta appiccicata, tra Pavarotti di Ridi pagliaccio e lo scontro tra Lorenzo Zurzolo (il protagonista di Baby e Sotto il sole di Riccione) e Isabelle Huppert che rompe i piatti, tra posticcio cinema d’autore italiano e una piatta serie teen Netflix. Quando la dimensione astratta di Skolimowski si raggela, viene fuori un film che spegne tutte quelle pulsioni istintive che hanno caratterizzato tutto il suo miglior cinema. Tra la sua versione di Au hasard Balthazar e la personale rilettura dell’omonimo racconto di Ivan Turgenev in Acque di primavera non c’è tutta questa differenza. Skolimowski spaccia ancora l’esercitazione per sperimentazione. E, come in quel caso, c’è ancora di mezzo l’Italia tra i produttori.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
2.75 (4 voti)
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