Facebook Files: è il momento di disconnettersi?

I giovani abbandonano sempre più Facebook, covo di boomer e fake news, ma è davvero arrivato il momento di disconnettersi? Dalle rivelazioni di Frances Haugen al down della scorsa settimana

oh hi, Mark! – Johnny, The Room

Nel 2003 usciva il cult (o scult) di uno che voleva essere un figo. Nello stesso anno uno studente diciannovenne di Harvard chiuso in stanza creava un social per decretare chi fosse il più figo dell’università. Il film si chiamava The Room ed è poi diventato The Disaster Artist, perla di James Franco che ha aumentato la popolarità di Wiseau e soci mettendo in mostra una way of life dove forse è anche bene, o forse no, vivere la propria vita con leggerezza, vittime di una grossa illusione collettiva. Il social invece si chiamava Facemash ed è poi diventato Facebook, icona assoluta dell’illusione della socialità di cui ci ha raccontato David Fincher con The Social Network. Tutti insieme appassionatamente, ma tutti chiusi nelle proprie stanzette a fare il refresh sulla richiesta d’amicizia alla nostra ex. E quello che è successo lunedì scorso (qui spiegato da Carola Frediani) somiglia ad un auto-sabotaggio di portata wiseauiana. Simile a quello tentato da Wiseau ai Golden Globes del 2018 quando voleva strappare il microfono a James Franco. Perché quando è scattato il Facebook Down i primi a pagarne le conseguenze sono stati gli stessi dipendenti di Facebook che non riuscivano a comunicare tra di loro e nemmeno ad entrare nei server sotto il dominio Facebook.com per sistemare il bug.

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Blackout totale, non funzionavano i servizi interni e non era possibile nemmeno accedere a siti terzi tramite il login di Facebook. Per ore è come se fossero stati tolti dalla grossa mappa di Internet tutti i cartelli stradali. Nessuno ne sa niente e i dipendenti devono cercare di sistemare il peggior disservizio di sempre comunicando tramite piattaforme rivali come Discord e Zoom. Il tutto avviene tra l’altro a pochissimi giorni di distanza dalle polemiche per i Facebook Files usciti sul The Wall Street Journal grazie alle confidenze di Frances Haugen, ex dipendente del noto social network. Soffiate che hanno fatto capire ancor di più come la piattaforma creata da Zuckerberg non sia quell’isola felice che in molti credevamo. È anzi qualcosa di difficile controllo e che a volte aiuta la proliferazione di violenza e disinformazione, appunto (e non solo) per i suoi bug interni. Insomma un colosso instabile e sbilenco che ogni tanto casca da solo. Eppure questo colosso ha solo 17 anni, ma sembra già fuori moda. L’età media dei nuovi iscritti è notevolmente salita e le generazioni più giovani l’abbandonano in favore di Tik Tok e Instagram. Zuckerberg e soci per correre ai ripari stanno cercando di studiare quella fetta di “pubblico prezioso, ma non sfruttato” (i bambini), per poter abbassare nuovamente l’età dei propri iscritti. Da anni infatti si lavora su Messenger e Instagram Kids per riuscire a tenere “sotto controllo” quelle fasce d’età che giovanissime passano il loro tempo sul tablet dei genitori con Tik Tok e Snapchat. Generazioni che si tenterà di far crescere ancor più a stretto contatto col colosso per riacchiappare quella parte giovanile che ad oggi ha deciso di non voler più navigare in mezzo alle fake news dei boomer.
Facebook, da un po’ di anni, è diventato il covo di tutta quella generazione nata tra gli anni ’50 e ’70 che utilizza i social per foto di vacanze e articoli di dubbia provenienza. Un social dove le notifiche comunicano di continuo migliorie su privacy e controllo, ma dove spesso il controllo, soprattutto per alcuni utenti “importanti” (come segnala da tempo Valigia Blu), manca.

Succede giornalmente sulle bacheche di tutto il mondo che venga veicolato odio o che vengano utilizzati atteggiamenti denigratori e parole forti che normalmente verrebbero sanzionati. Ad esempio sono stati tantissimi i post contro i Rohingya in Myanmar, minoranza musulmana vittima di persecuzioni, che non sono stati controllati ed eliminati. E per certi versi anche i disastri a Capitol Hill (qui Juan Carlos De Martin) o le proteste No Vax sono tutte battaglie per la maggior parte condotte o iniziate dai social, dove nessuno ormai viene realmente punito e dove nessuno si assume le proprie responsabilità.
La quarantena, per di più, ha esasperato il fenomeno. Ci ha messo ancor di più davanti agli schermi a passare sempre più tempo sui social. La distinzione tra privato e pubblico si è sempre più assottigliata e tra post di gattini e video di Zerocalcare ci siamo ritrovati arrabbiati, spaventati e bombardati tra le discussioni di chi finalmente aveva un pubblico di annoiati pronti a leggerli. Sono comparsi i gilet arancioni dell’ormai ex generale Pappalardo e i movimenti populisti nel frattempo hanno ottenuto sempre più consensi. Tutto ciò è figlio diretto della grossa capacità nella gestione dei social che hanno questi gruppi e del loro linguaggio semplice e diretto che arriva subito alle orecchie di un popolo stanco e che fa difficoltà ad orientarsi tra le voci sempre più numerose che compaiono online. Potremmo dire che per certi versi il triste epilogo di tutti questi discorsi si è avuto con Capitol Hill in America o con il più contenuto attacco alla CGIL di sabato scorso qui in Italia.

Come chiede la copertina del Time, che senso ha rimanere su Facebook? Eppure, forse è adesso più che mai, con la nostra immagine sbattuta ovunque tra social e camere di sorveglianza, che è impossibile farne a meno. Pure Godard voleva far perdere le sue tracce, ma prima di riapparire sugli schermi dei festival, è apparso su una street view di Maps.

È come se la nostra esistenza, sulla Terra o nello spazio, venisse confermata unicamente attraverso il login ed il selfie. È impossibile ormai fare a meno dello specchio Facebook. Si diventa inafferrabili solo se ci si muove lenti, fuori tempo, senza meta e senza gps come un corriere della droga di 90 anni che fa tutte le pause e le deviazioni che gli saltano in mente, come Eastwood. C’è bisogno allora di controllo su questo finto controllo, di serie regole in un mondo che è nato rifiutandole.
E a darci una mano e degli spunti edificanti ci sono gli articoli a riguardo usciti ultimamente sul blog di Shelly Palmer. Dove si propone maggiore controllo su un social sempre più fatto di persone poco ispezionate che non hanno responsabilità delle proprie affermazioni e condivisioni. Palmer consiglia carte d’identità e carte di credito da inserire all’interno dei profili per una maggiore identificazione; badge di verifica per più utenti possibili; caselle da spuntare per farsi carico della responsabilità dei contenuti che si stanno per pubblicare e la possibilità di sottoscrivere piccoli abbonamenti mensili che, se da una parte porterebbe alla notevole riduzione degli iscritti sul social, dall’altra porterebbe ad un netto miglioramento dei contenuti in circolazione e ad una drastica riduzione di profili falsi. Forse non è ancora il momento di disconnettersi, forse c’è ancora una possibilità di rinascita per Mark e la sua versione migliore di The Room.

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