Fandango, di Kevin Reynolds

Il canto di una generazione di giovani a un’età che non tornerà più. Costner ne diviene il simbolo, aspirando a essere immortale come il mito di James Dean. Oggi, su Iris, ore 17:20

There’s a time that I remember, when I did not know no pain
When I believed in forever, and everything would stay the same

Una strada assolata che sembra infinita, senza un orizzonte che aiuti a capire dove andare. Su questa linea simbolica, fatta di curve e ostacoli, si muove un gruppo di ragazzi, i Groovers, appena diplomati all’università di Austen e già con un’esecuzione pendente sulla testa – l’arruolamento in Vietnam. Reynolds coglie questo frangente di vita, dilata un momento che di solito scorre rapido e invisibile, a tal punto che potrebbe benissimo essere un’illusione; lo vuole fermare in un gesto – un viaggio attraverso il Texas sulle tracce di un certo Dom: una figura mistica che assume connotazioni umane, e che è fondamentale per compiere quel rito di passaggio che consegnerà i Groovers a un’età di consapevolezze e responsabilità.

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Il progetto iniziale, un cortometraggio diretto dallo stesso regista quand’era studente all’università, era incentrato esclusivamente sull’aspetto goliardico, sulla falsariga di un capostipite d’eccezione che ha fatto “scuola”. Parti che sono rimaste nel film – la “lezione” di paracadutismo – e che permettono di capire quanto e come la storia si sia sviluppata. Perché dietro la sua realizzazione c’è il nome di Spielberg, che all’epoca vide il corto, e che volle provare a trasformarlo in una delle sue visioni senza tempo, che attraversano cioè la Storia pur non rinunciando a un ideale immaginifico. Quei losers che apparteranno per sempre al suo e al nostro cuore stanno prendendo forma proprio in quegli anni – è curioso come entrambi i film siano usciti nel 1985 – ma al di là di una coralità fraterna che diviene momento di formazione, è più interessante forse volgere lo sguardo a un altro “modello”, a quei “giovani arrabbiati” e un po’ scapestrati anche loro in fuga lungo l’autostrada del Texas per inseguire un sogno folle.

Del resto questa sembra essere una tappa obbligata che molte generazioni prima della loro hanno già percorso: ne restano i segni evidenti, addirittura mitici, che giganteggiano in quella foto appesa al distributore di benzina che fa eco a una serie di valori condivisi e che è al tempo stesso una prefigurazione di quel che sarà il destino di questa nuova gioventù. Come nella sequenza al cimitero, con lo scoppiettio dei fuochi d’artificio che sospende per un lungo attimo quell’incanto.

Perché Fandango è proprio come la danza stessa che dà il titolo al film, un movimento vivace dal ritmo variabile che sospende la percezione della realtà: è quella tensione costante tra ciò che è stato e come viene immaginato, tra il ricordo di un amore terreno e la sua proiezione metafisica, in un campo di fiori esplosi di colore o in un deserto bianco, dove due corpi seminudi si incontrano ancora per una volta per poi allontanarsi, chissà se per sempre. È un locus amoenus e malinconico a cui si anela e che resta un privilegio. E Costner ne è il simbolo, lo abita, non se n’è mai andato da lì, aspirando a essere immortale come James Dean: seduto sulla collina brinda ai suoi amici che, ognuno a suo modo, si avviano alla vita.

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Titolo originale: id.
Regia: Kevin Reynolds
Interpreti: Kevin Costner, Judd Nelson, Sam Robards, Chuck Bush, Brian Cesak, Suzy Amis
Durata: 91’
Origine: USA, 1985
Genere: commedia, drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.86 (7 voti)
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