Fremont, di Babak Jalali

Un film sul senso di colpa e sulla necessità di sfuggire agli spettri del proprio paese che ha il grande merito di sottrarre i discorsi a logiche meramente semplificative. Concorso

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Senti di aver tradito il tuo paese?” chiede il dottore alla sua giovane paziente afghana, durante una sessione di psicoterapia. “No” risponde immediatamente la ragazza, come se il pensiero non le avesse sfiorato la mente neanche per un istante. Eppure il senso di colpa per aver abbandonato una nazione invasa, cioè l’Afghanistan, per trovare rifugio nella terra dell’invasore, gli Stati Uniti, sembra emergere da ogni suo gesto, da ogni sguardo lanciato in aria. Perché Donya (Anaita Wali Zada) combatte, in realtà, con una sensazione di vuoto che non solo non riesce a disinnescare, ma che non è neanche in grado di verbalizzare ad un livello conscio. Ecco allora che questo senso di sfasamento da cui non può staccarsi nonostante le migliaia di chilometri che la separano dal suo paese natio, assume in Fremont la forma di uno spettro, la cui ombra lunga trascende spazi e culture. Fino a compromettere la stabilità psichica di chi, come la ragazza, deve convivere quotidianamente con i fantasmi della sua nazione.

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L’insonnia di cui è affetta Donya la riconduciamo allora al peso che il passato ha sulla sua coscienza, malgrado in apparenza non sembri preoccupata dalle conseguenze delle sue scelte. Grazie al suo lavoro da traduttrice per l’esercito americano, ha avuto infatti la possibilità di evadere dall’inferno terreno di Kabul, e trovare così una stabilità nel cuore della California. Ma la pace (quella interiore) fatica ancora ad arrivare, e le sessioni dello psicologo a cui si sottopone per curare l’insonnia appaiono sempre più come una via di fuga da un luogo, quale Fremont, vissuto come riflesso e segno dei suoi traumi.

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La cittadina californiana ospita di fatto la più grande comunità afghana d’America, forzando così Donya ad immergersi continuamente in una cultura percepita ormai come anomala, da cui cerca disperatamente di ripararsi. Ad uno sguardo superficiale, la prossimità a persone che condividono vissuti ed esperienze simili potrebbe far pensare a Fremont come ad un luogo familiare – e quindi lenitivo per i conflitti della protagonista. Eppure Jalali si astrae da una concezione così lineare e approssimativa, intraprendendo una direzione che sfida ogni stereotipo o tendenza occidentalizzante, in favore di soluzioni che restituiscano fedelmente l’esperienza soggettiva dell’immigrato afghano.

È proprio qui che Fremont eccelle: nella capacità di sottrarre i discorsi a logiche meramente semplificative. E di confrontare l’individuo con una realtà apparentemente incomprensibile, straniante, ma sempre latrice di trasformazioni magiche, proprio come accade in Jarmusch. Poi se il cambiamento sia positivo o meno, poco importa. Una volta che Donya sposta lo sguardo verso il futuro, ecco che la possibilità di potersi ritagliare uno spazio di libertà in una terra così “estranea” non appare neanche più come una chimera. Ma come una semplice, e mai scontata, verità. Che da immaginaria, si fa meravigliosamente reale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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