GIFFONI 2016 – Luca Marinelli e Paolo Genovese incontrano i ragazzi

Per non perdersi neanche un’intervista con i “talent” in area lounge o le cene di ricevimento al Convento di San Francesco, la stampa che a Giffoni segue una sorta di percorso parallelo rischia di non accorgersi del reale cuore pulsante del Festival, ovvero l’Experience, come la chiamano da queste parti, vissuta dai ragazzi alle prese con un percorso di visioni e dibattiti in preparazione alle lunghe chiacchierate con registi, attori, autori, spesso particolarmente sinceri e generosi davanti a interlocutori così attenti.
Mi sono intrufolato in un paio di pregnanti, appassionate, affollate Masterclass nella suggestiva Antica Ramiera, ovvero la sala al riparo dal gioioso sovraffollamento di piccoli giurati della Cittadella, e ho avuto conferma di quanto osservi chiunque di noi si sia trovato a “formare” sul cinema degli sguardi nati non più tardi del 1996. E cioè che questa generazione pretende dalle storie che vede sul grande schermo una percentuale di credibilità altissima, una rilevanza assoluta e un’attenzione costante a coerenza interna e verosimiglianza, e insomma della magica ingenuità del dispositivo come noi lo amiamo pare davvero non farsene un bel niente.

Luca Marinelli è accolto da una standing ovation e da cori di “Daje!” dopo che i ragazzi hanno studiato a Giffoni su Jeeg Robot e Caligari: “la grande lezione di un maestro come Claudio, e del suo cinema che resta anche al di là dei suoi tre film”, dice l’attore, “è quella di sforzarsi sempre di non giudicare i personaggi.” Come si può infatti non provare una certa simpatia anche per il cattivissimo Zingaro del film di Mainetti? “Su quel set mi sono lasciato andare, non ho avuto alcun freno: a 8 anni adoravo Il silenzio degli innocenti e la perfidia di Hannibal e del killer Buffalo Bill, quando ho visto che lo Zingaro aveva dei riferimenti espliciti al film di Demme, come gli stessi tatuaggi, mi sono sentito a casa.”
Marinelli spiega che il trucco per risultare sempre convincenti sullo schermo è quello di continuare a fare “solo quello che ti piace”, ed è più o meno quanto racconta anche Paolo Genovese, che incontra i ragazzi di Giffoni il giorno dopo. Perfetti sconosciuti era un film rischioso”, ricorda il regista, “ed è stata una scelta coraggiosa quella di farlo nel modo in cui l’ho girato, nonostante la sicurezza dei successi di pubblico che avevo alle spalle. Ma è stato il film più difficile da realizzare per me, in un’atmosfera molto meno rilassata di quella di Immaturi Il viaggio, per dire.”

Il film premio David di Genovesi viene dissezionato dai giovani analisti della masterclass,genovese_giffoni che ne notano i numerosi simbolismi tipici dell’autore de Una famiglia perfetta: gli scacchi, la luna, l’anello, il posto vuoto dello spettatore, il valore delle voci che ascoltiamo dai telefoni e della breve apparizione della coppia di genitori anziani… fino al discussissimo finale: “senza quella scena conclusiva lo script non avrebbe fatto quel salto di senso necessario per far davvero riflettere gli spettatori sulle tematiche affrontate. Un film funziona solo se funziona la sceneggiatura, non credo a chi dice che un copione si possa poi aggiustare durante le riprese. Far rispettare lo script a questi sette interpreti molto esigenti è stata una grande fatica, ma rifiuto la definizione di Perfetti sconosciuti come di un film teatrale. L’idea di film teatrale non esiste, chi la usa non ha capito nulla né del teatro né del cinema.”

E’ un’intuizione interessante, una scintilla come quella che fa realizzare a Claudio Caligari che Luca Marinelli è perfetto per il ruolo di Cesare, non di Vittorio come invece aveva pensato il produttore Mastandrea. Tra Gipi e Sorrentino, l’attore ricorda come “una fortuna” aver lavorato con Paolo Virzì per Tutti i santi giorni: “Virzì è un regista che sa tenere le fila del set, e crea una empatia assoluta con la sceneggiatura. Per me l’empatia è fondamentale, solo allora riesco a decifrare un copione alla mia maniera.”
Sia per Marinelli che per Genovese questo è stato “l’anno della fiammata”, e l’attore spera che tra qualche mese non rimangano solo le braci: “sento la responsabilità del mio prossimo film, è come un incubo bianco, un incubo buono.”
Genovese spera di poter replicare l’espediente di mettere in scena, prima di girare, lo script a teatro a porte chiuse con giovani attori delle scuole di recitazione, che lo ha aiutato particolarmente ad affinare il testo di Perfetti sconosciuti, ma quello che sappiamo è che il suo prossimo sarà un ritorno al clima surreale dei primi exploit. E di sicuro, ancora una volta una storia interpretabile attraverso una celebre massima di Gabriel García Márquez che l’autore sembra aver trasformato nella base della sua poetica (si pensi anche a Tutta colpa di Freud…): Tutti gli esseri umani hanno tre vite: una pubblica, una privata e una segreta.