"Gran Torino", di Clint Eastwood

gran torinoTorna davanti e dietro la macchina da presa Clint Eastwood con un film dal titolo enigmatico e fuorviante e una storia apparentemente insolita per il nostro eroe solitario e silenzioso. Invece è proprio a partire dalla descrizione del suo protagonista che ci si rende conto che siamo sempre nello stesso territorio, da Il texano dagli occhi di ghiaccio a Million Dollar Baby, da Honkytonk Man a I ponti di Madison County.

In Gran Torino tutto parte da Walt Kowalski: Clint Eastwood come lo avevamo lasciato in Million Dollar Baby. Solo, chiuso in un mondo di silenzio, non sembra neppure sfiorare la realtà che lo circonda, vive di piccole abitudini, il sigaro da fumare sul portico con l’amato cane, i piccoli lavori di manutenzione, la cura continua della Gran Torino del 1972. Kowalski è descritto con l’eleganza dell’ironia, mettendo insieme piccoli dettagli che sono stati i tratti distintivi dei molti personaggi interpretati da Eastwood. All’inizio quasi non ha voce, bisbiglia tagliente le sue parole di insoddisfazione, rabbia, razzismo, grugnisce dipingendosi in volto un’espressione dura e irriverente al tempo stesso. Sua moglie è appena stata sepolta, il figlio vorrebbe confinarlo nel paradiso di una casa di riposo per anziani, mentre tutt’intorno il quartiere periferico in cui vive ha accolto la grande comunità Hmong e sta cambiando nell’aspetto e nella durezza. C’è materia per un poliziesco (come non pensare a Harry Callaghan quando Walt imbraccia il fucile?), ma questo personaggio rude, dai modi sbrigativi – che, però, fa presto amicizia con la famiglia coreana della casa vicina – è come se lentamente riacquistasse la voglia di vivere insieme alla voce e alla parola.

C’è tutto il cinema di Eastwood in questa piccola storia che gira attorno ad un’auto di trentasette anni fa. C’è il tempo che passa e la memoria della guerra vissuta (quella di Corea) che non vuole attenuarsi, ci sono i cambiamenti vistosi del mondo, c’è la fierezza stessa della morte che incornicia questo film come accadeva, dolcemente, in Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Walt assomiglia al vecchio pistolero con problemi di vista William Munny de Gli spietati e, come il protagonista di Un mondo perfetto, prende per mano il giovane amico e gli mostra le strade della libertà. Non importa se a scapito della vita. Fantasma vendicatore, portatore di valori fuori moda che tengono sogni e ricordi chiusi in una scatola piena di fotografie. “Live the Legend” si legge sul coperchio, come quel “Mo Cuishle” di Million Dollar Baby. Omaggio a John Ford e alla classicità inquieta che il suo cinema rappresenta. Perché le parole non sono mai un pretesto narrativo per Eastwood. Sono miniature, metafore per interpretare le cose del mondo. E anche quel nome polacco, Kowalski, portato con fierezza all’ombra dell’unica bandiera americana di tutto il quartiere, suona antico, anacronistico eppure non è diverso dai nomi coreani che lo stesso Walt distorce. Lui conosce il valore di un nome, per questo deve essere “Kowalski” e non “Walt” per il prete che lo segue e lo vorrebbe confessare, e certo non Wally per la giovane amica coreana che per prima ha saputo mostrargli quanto ripetitivo può essere il corso degli eventi.

 

 

Titolo originale: id.
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 116’
Origine: Usa, 2008

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