Il Male è morto, viva Il Male

In origine doveva nominarsi Il Sale. Poi, per uno di quei fortunati errori di comunicazione interna che spesso fanno la Storia, divenne Il Male che tutti conosciamo. Immaginare che la gittata rivoluzionaria del giornale satirico più importante d’Italia possa essere in qualche modo stata influenzata dalla fortuita scelta del significante è forse un esercizio retorico ma foriero di spunti interessanti. In questo stanco 2019 culturale che va spegnendosi con le solite compilation “il meglio dell’anno” la fiammata forse più intensa è stata infatti fornita dalla mostra ospitata al WeGil di Roma Gli anni del MALE 1978-1982 che ripercorre i cinque anni di vita della rivista. Breve premessa per chi non ne conoscesse (colpevolmente) le gesta: ricordate le vignette più provocatorie del purtroppo famoso Charlie Hebdo? Ecco, non ci siete nemmeno vicini. Come fu per il periodico francese, la furia iconoclasta de Il Male non era però un vuoto esercizio libertario ma rappresentava il conglomerato delle istanze politiche e sociali del periodo. Il giornale fondato da Pino Zac e diretto fino alla fine da Vincino, al quale si devono gran parte dei materiali presenti alla mostra, era il correlato oggettivo della tensione che si respirava in Italia a causa del morbo omicida della strategia della tensione. Di fronte alle stragi, agli omicidi di alcuni esponenti di Stato da parte di altri pezzi corrotti di Stato, alla politica corrotta la risposta degli artisti riunitisi attorno la redazione de Il Male rinunciò volutamente alle mezze misure. Molte di quelle strisce naturalmente oggi non troverebbero dimora in nessun giornale stampato ma alcune di quelle sarebbero state certamente cassate perfino dai due più celebri figliocci editoriali de Il Male, quel Cuore e Tango molto presenti nella memoria della generazione di chi scrive.
Aldo Moro che nella foto più celebre del suo rapimento ad opera della BR si scusa per il suo look dimesso con la didascalia “Scusate, abitualmente vesto Marzotto” è forse il sintomo di una satira fortunatamente (nel senso che non riusciamo a prevedere politici uccisi da formazioni di estrema sinistra o destra) irripetibile. Un détournement fondamentale per la storia politica del Paese che nonostante l’ovvio fuoco critico al quale venne sottoposto esorcizzò pubblicamente meglio di qualunque pianto istituzionale il caso Moro. Ma basta davvero percorrere i colorati spazi, pieni di tavole e copertine, dell’esposizione per ricordarsi di come la satira debba trascendere i limiti imposti dalla morale borghese per poter ottemperare alla sua funzione catartica. I curdi che ridono perché appesi coi ganci in bocca dal regime iraniano, Maurizio Costanzo impiccato, il Papa con la bocca appestata per aver baciato un bambino con la lebbra sono alcuni esempi degli splendidi riverberi sul presente che alcune di quelle copertine continuano a trasmettere.
Ne “Gli anni del MALE 1978-1982” ad attirare l’occhio del visitatore in maniera evidente sono però i grandi cartonati delle riproduzioni delle finte prime pagine del giornale satirico. A cominciare dalla più famosa di tutte: l’arresto di Ugo Tognazzi perché a capo della BR. Partendo dal vero caso giudiziario del mandato di cattura spiccato dalla magistratura verso Toni Negri e altri intellettuali di Autonomia Operaia, creduti ad un certo punto dagli inquirenti i veri leader dell’organizzazione terrorista, la redazione del periodico propose all’attore di prestarsi alla geniale montatura.

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Come dimostrato dalle foto, l’operazione ebbe un grado di ricostruzione complessa: Angelo Pasquini e gli altri redattori vestiti da carabinieri si fecero immortalare mentre mettevano le manette ad un Tognazzi che fingeva di sfuggire obliquamente, col solito enorme mestiere, lo sguardo della fotocamera per impudicizia. Il parallelo con le fake news imperanti in questo 2019 è inevitabile ma forse riduttivo: lo sberleffo de Il Male era un capovolgimento mediatico senza precedenti che si serviva degli unici mezzi tecnici disponibili (perfino i caratteri tipografici delle grandi testate venivano riprodotti fedelmente) per dimostrare come fosse facile corromperli. Se perfino la battagliera Repubblica poteva annunciare a tutta pagina che “Lo Stato si è estinto” con il Presidente Leone che lasciava di tutta fretta il Quirinale, all’uomo comune non restava altro che riflettere sulla sua assenza di certezze massmediali. Che non si traduceva però nell’odierna riscrittura fattuale operata dalle fake-news (la cosciente mistificazione operata dai leader pro-Brexit costretti a smentire ciò che avevano detto in campagna elettorale raccontata da Brexit – The Uncivil War, di Toby Haynes) ma ad un miglior controllo delle fonti. Il Male del 1978-1982 non era forse così diabolico come quello di quest’anno appena concluso.