Il Primo Re, di Matteo Rovere

Nella costruzione del personaggio di Remo c’è tutto il reale display of power de Il Primo Re di Matteo Rovere: lo si intuiva già dall’abituale abilissima campagna di marketing targata Groenlandia, tutta incentrata su questo Alessandro Borghi animalesco, primordiale, epico. Ed effettivamente sulla fisicità nervosa e sulla recitazione impulsiva dell’attore italiano del momento il film fa reggere in pratica tutta la sua sfida di rilancio su di un immaginario internazionale e contemporaneo, legando l’icona del fondatore di Roma a modalità di messinscena non troppo lontane addirittura da slanci alla One Eye di Valhalla Rising (filtraggi e ralenti esasperati e progressivi con l’aumento della crudeltà del nostro).
In questo rimpallo tra la predestinazione inferma e immobilizzata di Romolo redivivo, e l’autoconvinzione cieca e furibonda di Remo unchained, sta forse la reale modernità del racconto di Rovere, in grado di dialogare con opere che in questi stessi anni stanno riflettendo con traiettorie simili sulla problematizzazione in atto della figura dell’eroe. Con il Revenant di Iñárritu come modello evidente ed esplicito di riferimento sia per lo scheletro narrativo (il reale protagonista per buona parte del film impossibilitato ad agire ma trascinato malvolentieri dal gruppo, con rovesciamento tardivo contro l’arcaica malvagità dell’opponente), che per l’apparato formale e visivo di un Daniele Ciprì mai così primitivo nei riflessi del fuoco sul buio circostante.

L’intenzione è dunque quella di rinnovare il conflitto tra civiltà e superstizione, e la discrepanza tra volere degli dei, volere dell’individuo e volere della comunità, come scintille cruciali per la nascita dei confini urbani e civilizzati nel sangue. Rovere e i suoi autori decidono di reiterare questa tensione morale in una sezione centrale senza risoluzione apparente, e l’avventura corre più volte il rischio di impantanarsi senza possibilità di ampliare davvero il respiro, preferendo far sbollire presto la muscolarità gibson-milusiana dell’incipit ad effetto con inondazione del Tevere più lotte corpo a corpo tra prigionieri morituri.
L’ambizione è quella di rivestire davvero Remo delle ombre dei furori di dio come Aguirre e forse addirittura Macbeth: peccato che per fare questo il film sia costretto a sacrificare in tutti i sensi il peso della controparte femminile della vestale Satnei, che trova fatalmente molto meno spazio di quanto siamo abituati riconoscere ai solidissimi e inquieti personaggi femminili del Rovere-verso.

Esiste una tradizione italiana del genere “ancestrale”, meno inedita di quanto ci piaccia ricordare in questi casi, a partire dai classici del nostro cinema più popolare ed estinto (di cui Rovere è il diretto figlio smart di nuova generazione) fino agli esperimenti invece ancora frequentati da fumetti e letteratura. Storie che hanno sempre amato flirtare con l’anima fantastica e soprannaturale del Mito. Il Primo Re affida invece in pratica l’intero processo di reinvenzione di questo passato mitologico allo sforzo linguistico di codifica del protolatino parlato dai personaggi, evocando solo a parole e sottotitoli divinità, spiriti e apparizioni ultraterrene.
Il risultato è a conti fatti il film paradossalmente meno libero di Matteo Rovere, quello in cui la consapevolezza del peso innegabile dell’operazione finisce per tenere a bada uno sguardo che ha sempre sorpreso in precedenza quando svelava una certa, rinfrancante, sincera scalmanatezza.
A meno che non si tratti, a sorpresa, dei primi passi di orientamento in un territorio destinato ad essere esplorato nei prossimi, non improbabili episodi…

Regia: Matteo Rovere
Interpreti: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Michael Schermi, Emilio De Marchi, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Max Malatesta, Vincenzo Pirrotta, Lorenzo Gleijeses, Gabriel Montesi, Antonio Orlando, Florenzo Mattu, Martinus Tocchi
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 127′

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