Il ragazzo e l’airone, di Hayao Miyazaki

La grandezza sconfinata del maestro giapponese non può mai essere semplicemente logica e questo film è una conferma della nostra voglia di vivere. In sala dal 1° gennaio.

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Ma chi è esattamente quel vecchio che tenta a fatica di mantenere in piedi il “mondo di sotto”, quell’universo fantastico che si agita in un’altra dimensione, popolata da spiriti e da morti, da speranze, incubi, promesse e ricordi? Chi è quel prozio folle in cerca di un erede, di qualcuno del suo stesso sangue che possa prendere il suo posto e creare finalmente un mondo “bello”, in cui valga la pena vivere? Che sia proprio Miyazaki? Del resto, dopo aver annunciato più volte il suo ritiro, pare che il Maestro abbia deciso di realizzare un altro film per affidare un messaggio al nipote. Un po’ come fa la madre di Mahito, che lascia al figlio un racconto da leggere “per quando non ci sarà più”: E voi come vivrete?, Kimi-tachi wa dō ikiru ka, che è il titolo originale de Il ragazzo e l’airone, ma anche quello di un romanzo di formazione di Genzaburō Yoshino, traccia di ispirazione fondamentale per quest’ultimo film di Miyazaki. Che, perciò, può assomigliare davvero a un messaggio di commiato e a un passaggio di consegne. Ma è, ancor più, la constatazione amara dell’impossibilità di una successione. Che prende atto della fatica di preservare un modo di intendere l’animazione, la pratica di un metodo e una concezione produttiva sempre più “fuori tempo”. Li ricordiamo ancora gli aerei trasportati dai buoi in Si alza il vento? A che velocità va questo cinema rispetto all’esigenze e alle nuove strategie del mercato? Ci sono voluti ben sette anni per completare Il ragazzo e l’airone. Se il picco di vita creativa “dura un decennio”, non siamo già, inesorabilmente, nella fase discendente della parabola? Sembrerebbe questa l’interpretazione più logica. Un’opera così personale, un universo immaginario con una riconoscibilità chiara, dai caratteri e dai contorni netti, non ammette epigoni. Tutto è destinato a finire, a esaurirsi con l’autore.

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Eppure, eppure… la grandezza sconfinata di Miyazaki non può mai essere semplicemente logica. Così, viene da pensare che il suo spirito profondo trovi un’identificazione più autentica in Mahito, nel ragazzo che scopre la vita. Non a caso il padre di Miyazaki, proprio come quello del suo giovane protagonista, era un ingegnere aeronautico. E potrebbe tranquillamente trattarsi della prosecuzione naturale di Si alza il vento, con il personaggio ripreso a distanza di tempo, al di là del lutto, in una prospettiva differente. Insomma, riconosciamo le ossessioni di sempre: le calotte d’aereo, il volo, i libri, la guerra e lo spettro dell’autodistruzione, il fuoco e la bellezza assoluta delle forme. Ma ogni volta la declinazione è diversa, fino ai limiti estremi delle possibilità creative di un linguaggio. I sentieri si biforcano, le tracce si moltiplicano, così come le proiezioni e i riflessi complicano il gioco delle ombre. E nel gioco delle prospettive, è come se il vecchio prozio folle, questa divinità impotente, fosse un’ipotesi alternativa di Mahito, la sua immagine futura nel caso in cui il ragazzo avesse scelto di rimanere per sempre nell’altra dimensione.

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Del resto il film è pieno di momenti di sonno e di sogni, di risvegli improvvisi, di contorni che sfumano e perdono di definizione, tra le nebbie della memoria o le onde di calore di un fuoco. Come in quell’incendio iniziale, dove l’animazione sembra tratteggiare un corteo di spettri e Miyazaki raggiunge una forza espressiva assoluta. Ma sogni, ricordi, premonizioni e proiezioni non sono semplicemente “altro”. Contribuiscono alla densità del tempo presente. Se quel “mondo di sotto” è davvero uno sprofondamento nell’inconscio, non può far altro che compiere la sua missione, tornare alla luce, correggere la traiettoria fissa della coscienza, spingerla a ripartire dai suoi blocchi e a superare i suoi conflitti. Così come non è possibile fuggire per sempre, rinchiudersi in un mondo immaginato, in cui giocare ogni giorno con i pezzi del meccanismo, per illudersi di trovare la controfattualità di un nuovo equilibrio, perfetto. No, occorre tornare sempre da quest’altra parte, dove le cose non sono perfette, eppure, tra le luci e le ombre, si scolpiscono le forme e si modella la sostanza delle cose e tutto scopre, se non un’armonia, quanto meno un senso. Se gli dei sono ovunque, se gli spiriti abitano in ogni cosa, allora ogni gesto e ogni scelta, anche il più quotidiano e banale, è un tributo in onore di questa realtà divina. Perciò occorre vivere. Vivi! Proprio come dice Naoko a Jiro alla fine di Si alza il vento. Ed è quello che ci racconta Miyazaki, da sempre. Non ha la pretesa di indicarci la via definitiva, di insegnarci come e perché. Ma ogni suo film è una conferma incrollabile della nostra urgenza di mondo e della nostra voglia di vivere. Nonostante tutto. E non c’è nulla di più necessario.

 

Titolo originale: Kimitachi wa dô ikiru ka
Regia: Hayao Miyazaki
Voci: Soma Santoki, Masaki Suda, Takuya Kimura, Aimyon, Kou Shibasaki, Yoshino Kimura, Shohei Hino, Jun Kunimura
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 125′
Origine: Giappone, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
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Il voto dei lettori
3.76 (34 voti)
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