La casa di Jack. Incontro con Matt Dillon

Matt Dillon presenta alla stampa romana l’ultimo film di Lars von Trier, La casa di Jack, in uscita nelle sale italiane il 28 febbraio. Per creare il personaggio di Jack, l’attore dichiara di aver lavorato aggiungendo in sottrazione, meno e meglio, proprio perché il protagonista è nato privo di qualcosa, precisamente privo di coscienza. Per poterlo interpretare ha dovuto spegnere delle parti di sé, chiuderle in un cassetto, eliminarle, come se non esistettero. Difficile, non volendo emettere nessun giudizio. Maggiormente complicato nei momenti quando sentiva le vittime supplicare, ed in cui l’esserci una mancanza all’interno di Jack poteva essere l’unica spiegazione plausibile, che rendesse la cosa accettabile.

“Jack è uno psicopatico è una persona a cui manca completamente l’empatia. I delitti passionali, sebbene ugualmente fonte di disagio, di disturbo, sono situazioni diverse rispetto alle situazioni raccontate in questo film, che parla di serial killer e ma anche di tante altre cose, ad esempio di un artista fallito. E la ragione per la quale secondo me per cui Jack è un artista fallito è proprio questa mancanza di empatia. Ci sono tante cose in questo film, di cui abbiamo discusso con Lars prima di iniziare le riprese. Credo che lui abbia creato questo personaggio, che man mano si trasforma e diventa altre persone, altri personaggi, proprio perché in lui manca questo centro, questo nucleo. Parlando di Jack possiamo definirlo un misantropo, il modo in cui guarda il mondo sono gli occhi di un misantropo, non credo che sia il punto di vista di Lars, ma è sicuramente quello del suo personaggio. Tra l’altro Jack vuole disperatamente essere preso, quando va dal poliziotto confessando di essere un assassino, e lui rifiuta di credergli.”

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La cosa comunque per lui più importante è stato il processo, l’idea che lavorare con il regista danese sarebbe stata un’esperienza dalla quale avrebbe imparato molto. Un film girato senza mai provare nulla, un’impostazione che costringe l’attore ha rinunciare alle tue idee intellettuali, alle tue convinzioni, e ti obbliga a seguire il momento, a seguire quello che intanto si è girato. Poi ancora la libertà di sbagliare e di fallire, che è molto importante dal punto di vista creativo, professionale. Per creare delle cose nuove, bisogna prendere dei rischi.

“Ho avuto diversi dubbi prima di accettare questo personaggio e di interpretare questo film. Dubbi innanzitutto per l’argomento. Ma non avevo dubbi riguardo al regista. Ho sempre ammirato Lars e le sue opere, quando poi ho letto la sceneggiatura l’ho trovata estremamente interessante, scritta benissimo, penso di non aver letto mai niente di così interessante. Mi è piaciuto anche che lui durante il nostro incontro abbia detto ‘io mi assumo la responsabilità dei miei film, dei lavori che faccio’. Anche se dopo avere accettato avevo comunque delle remore perché sentivo di giudicare il mio personaggio, ero spaventato da quello che poteva essere l’orrore, dal timore che avrei rifiutato me stesso in quel ruolo. Poi per fortuna il film è stato un successo, è stato realizzato così come Lars lo voleva”.

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Alla domanda su quali siano i migliori registi con cui ha lavorato, Matt Dillon non si sbilancia, ma ammette di essersi trovato meglio con quelli che hanno dimostrato un interesse profondo verso i personaggi, consapevoli che la storia funziona attraverso i personaggi. Coscienti che i film siano oggetti continuamente in fieri, in cui la scrittura, le riprese, il montaggio sono processi che con il loro sviluppo ti portano a fare determinate scoperte. Dice che Lars von Trier è un regista che ti permette di affidarti completamente a lui (ed in un film così pieno di rischi è stata una grande iniezione di fiducia), che predilige il dialogo con gli attori anche dopo avere iniziato le riprese, contrariamente a quanto viene fatto normalmente sul set. Che è molto preparato dal punto di vista tecnico, ma molto concentrato ai personaggi, nel montaggio si affida molto all’emotività, rompendo le regole, in maniera molto autentica.

“Non posso dire che sia stato facile, ci sono state delle scene con cui abbiamo avuto grandi difficoltà, ed è stato molto difficile girarle, me le sono portate dietro, tipo la scena con la famiglia, con i bambini… Sapevo che lavorare con lui avrebbe comportato delle sfide. In alcuni momenti avevo paura di non riuscire a mantenermi a distanza. Dopo averlo visto con Lars gli ho detto che mi era piaciuto, lui mi ha guardato scioccato dicendo ‘cosa!?’. E lì ho pensato ‘oddio, adesso cambierà tutto il film’. Lui è fatto così, non ama che alla gente piaccia quello che fa. Da un punto di vista cinematografico è un film unico, diverso dagli altri, ero molto curioso di vedere come questo tema fosse trattato, la psicopatia, i serial killer. Sono andato online ed ho cominciato a cercare volumi e libri sull’argomento, mi sono reso conto che c’è un’enorme letteratura a riguardo e tanto interesse della gente intorno a questo tipo di personaggi. Non si tratta di un fenomeno isolato, è un aspetto della natura umana. Ho chiesto a Lars perché volesse fare questo film e lui mi ha risposto che quel personaggio è quanto di più vicino senta a sé stesso, a parte l’ammazzare la gente. Lars le persone non le uccide. Vuole che lo spettatore nel vedere la violenza ne sia colpito, che lo disturbi.”

La casa di Jack è stata per Matt Dillon anche l’occasione di lavorare insieme a Bruno Ganz, scomparso da pochi giorni, una cosa che lo ha reso molto triste: “Lavorare con lui, è stata un’esperienza grandiosa, lui era un fantastico attore. Ho cominciato ad essere suo fan a 17 anni anni quando l’ho visto per la prima volta nel film in cui interpreta il giocatore di scacchi che impazzisce (Schwarz und weiß wie Tage und Nächte, 1978 di Wolfgang Petersen, ndr.), e sin d’allora l’ho amato come attore. Io sono stato ingaggiato prima che lui venisse coinvolto, e ad un certo punto Lars mi ha mandato un messaggio con la foto di Bruno Ganz e la scritta Verge! Questo mi ha reso felice. La nostra interazione nel film è tutta in questo dialogo fuori campo, parecchi mesi dopo la fine delle riprese siamo andati in Danimarca insieme proprio per girare questa parte. Entrambi ci siamo avventurati in qualcosa di estremamente rischioso.”