La donna del fiume – Suzhou River, di Lou Ye

È forse il Lou Ye più spiazzante: indaga la confusione socio-spaziale di una Cina che cambia da una prospettiva più intima e ipnotica rispetto a quella della Sesta Generazione, ma non meno travolgente

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Tra i cineasti cinesi della “sesta generazione” Lou Ye occupa da sempre una posizione liminale, a metà strada tra il rispetto dei codici espressivi di stampo oggettivo-realistico dei suoi colleghi e la propensione all’astrazione ipnotica dell’immagine. Nel suo cinema il riferimento resta sempre l’ambiente urbano, la realtà concreta, cioè, di un paese sul ciglio della trasformazione socio-economica, indagata però in termini progressivamente più evocativi, meno referenziali, lontano dall’oggettività di rappresentazione in cui si muove tanto cinema cinese contemporaneo. Costantemente in funzione di un approccio alla realtà personale e soggettivo, che a cavallo tra i due millenni trova in La donna del fiume – Suzhou River (2000) la sua sintesi formale più alta e abbacinante.

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Basterebbero già i primissimi fotogrammi del film a tracciare i prodromi di un percorso poetico, e insieme l’istinto programmatico di una visione tanto originale quanto fedele alle nuove sensibilità interne alla cinematografia sinica. Un anonimo videografo di cui non vediamo il volto né la figura, racconta (o si racconta) la storia d’amore che lo lega all’enigmatica Meimei (Zhou Xun), sullo sfondo di un fiume alle porte di Shanghai. Le soggettive (digitalizzate) dell’uomo soppiantano sin da subito ogni oggettività di narrazione, con il racconto che disvela i segreti di una città attraverso la caducità di relazioni propriamente fluide. Alla storia della coppia segue quella del piccolo criminale Mardar, ritornato a Suzhou dopo anni di prigionia con l’ossessione di ritrovare la giovane Moudan, identica nell’aspetto a Meimei (ad entrambe presta il volto Zhou Xun). Un evento dalla matrice destabilizzante, che come in tutte le narrazioni di Lou Ye scadrà in tragedia, avviluppato com’è nelle maglie di una spazialità agghiacciante, che fagocita coloro che non si adeguano all’imperatività delle sue trasformazioni. Secondo i termini, cioè, di quella stessa realtà sfuggente ed oppressiva che in molti, da Jia Zhang-ke a Wang Xiaoshuai affrontano nelle sue declinazioni socio-culturali, ma che Lou Ye indaga da una prospettiva relativamente diversa. In La donna del fiume – Suzhou River non c’è la stratificazione pulsante di Platform, né la desolazione urbana di Le biciclette di Pechino. Quello del film è un punto di vista più interno, intimista, meno soggetto alle derive spiazzanti della rappresentazione oggettiva, ma comunque travolgente nel suo disegno critico di corpi e relazioni fluttuanti. La manifestazione di un contesto extraurbano dallo statuto soffocante, che spinge i propri abitanti (e quindi, i suoi personaggi) a rincorrere senza tregua le ramificazioni sfuggenti di una spazialità (ancora) impossibile da decodificare.

E in contesto così glacialmente astratto, i protagonisti di La donna del fiume – Suzhou River procedono alla deriva, senza alcuna reale direzione. Ogni movimento è un passo in più verso la disperazione. Ogni decisione un tassello in più per la dissoluzione. Quel che all’apparenza risulta essere il moto incontrastato di un disagio interiore, è conseguenza diretta di un ambiente che traccia i destini identitari dei suoi cittadini sotto il segno unico della dispersione. E alle configurazioni di una città in cui è impossibile (ri)specchiarsi, non si può che rispondere con la carica erotica dei propri corpi. È nel calore di abbracci cercati e poi spezzati, di legami agognati e incrinati, che i protagonisti trovano una pacificazione momentanea da una parabola di sofferenza, di cui il fiume è immagine e riflesso del suo declino finale. E alla pari dei tragici amanti di Weekend Lover (il debutto di Lou Ye nel ’95) o dei vulnerabili coniugi di Mystery, anch’essi vivono in un contesto societario sospeso, lungo il confine di un’esistenza in prossimità del collasso.

E allora tutto confluisce verso una liminalità abbacinante, su cui La donna del fiume – Suzhou River ragiona anche (e soprattutto) attraverso il piano scenografico-figurale. Siamo lontani dai luoghi-memoria della Shanghai di I Wish I Knew, così come dagli scenari agresti tanto cari ai cineasti della quinta generazione. Della città resta solamente il confine, uno spazio-altro in cui anche la transizione nazionale all’economia di mercato si avverte a malapena, relegando ulteriormente i suoi abitanti ai margini delle politiche di urbanizzazione del paese. La periferia si fa allora documento e critica di una Cina (ancora) agli albori del capital-socialismo, che sull’onda della pianificazione riformista è disposta a sacrificare chi non riesce a tenere il passo. E allora si è costretti ad abbandonare il corpo alle inesorabili correnti del fiume. L’unico modo, forse, per ritrovare il senso di una realtà ancor tutta da decifrare.

Titolo originale: Su Zhou he
Regia: Lou Ye
Interpreti: Zhou Xun, Jia Hongsheng, Nai An, Yao Anlian, Zhongkai Hua, Zhang Ming Fang
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 83′
Origine: Cina, Germania 2000

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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