La gaia scienza, di Jean-Luc Godard

Il buio concentrato de La gaia scienza (tra i titoli in programma dal 14 dicembre a Reggio Calabria per Visioni di Cinema Indipendente – Atto II – Aprés mai), all’interno del quale i non-personaggi godardiani si incontrano, confrontano e amano corrisponde alla tabula rasa dell’inizio della conoscenza; il punto di partenza, livello zero, a cominciare dal quale (ri)formulare osservazioni, analisi e strutture linguistiche con le quali affrontare il reale. Perché quello che Godard ha in mente di concretizzare attraverso la sua opera sperimentale, è una sorta di interruzione forzata del pensiero e del metodo d’apprendimento borghesi, riannodando i fili del discorso linguistico lungamente infradiciato dall’ideologia.

I protagonisti scelti per condurre l’esperimento non possono che essere personaggi sui generis, inquadrati in un contesto che ha rinunciato da tempo alla verosimiglianza narrativa. Sotto una luce tagliente che si riflette, artificiosa, sul loro ombrello in plastica, Patricia – lei – ed Émile – lui – si incontrano casualmente nel mondo nel quale conducono, ciascuno per conto proprio, una lotta contro il sistema. Lei (Juliet Berto) è diretta discendente del leader congolese Lumumba e della santificata Rivoluzione culturale; lui (Jean-Pierre Léaud), che reca il nome dell’opera del Rousseau alla quale il film avrebbe dovuto essere consacrato in origine, ha scampato la morte grazie alla sua copia dei Cahiers.
Godard, dunque, lascia presentare brevemente i suoi rivoluzionari, sfoderando fulmineo un brechtiano incedere di corpi e voci, prestati entrambi a un messaggio più considerevole: il linguaggio e la forma sono, al fondo e nelle intenzioni, imperialistici; e ogni nuova realtà della rivoluzione dovrà cominciare con una decostruzione di immagini e suoni allo scopo ultimo di riformularne senso e “metodi di fabbricazione”.

Alle ricerche condotte dai due giovani amanti, i quali per tre anni si impegneranno a raccogliere materiale audiovisivo, analizzarlo criticamente per inventarne, infine, un nuovo modello di composizione estetica, il sussurrante narratore fuori campo sovrappone le proprie, e il suo gai savoir si trasforma alla fine in un cocktail Molotov scagliato contro il cinema più stantio, a interferire con esso: violenta guerra di immagini polimorfe raccolte dal mondo; parole accatastate; rombi, fischi, stridori interposti tra mille altre storie e discorsi interrotti. Il Maggio francese, le strade della Parigi d’ogni giorno, i manifesti della rivoluzione, Mao, il Vietnam, Castro e Guevara, le copertine dei grandi testi, da Derrida a Sartre, non sono che un flusso di coscienza che ha sete di fatti e (impossibili) verità. Le parole non hanno un posto definitivo assegnato, e così le immagini-suoni di Godard vagano altrettanto caoticamente nell’inconscio dell’arte, rivendicando la loro natura multiforme e libera, negli spazi di separazione e giammai tra le pagine di un vecchio dizionario borghese.

Godard ha finito così per scrivere una nuova scienza sullo schermo, compiendo un’operazione di reale decostruzione fino al totale svuotamento dell’immagine, con l’intento di svelare la ben più radicata corruzione dell’occhio, bersaglio di false costruzioni. Non si tratta più di confrontare idee vaghe con immagini chiare (dalle pareti imbrattate di slogan de La cinese alla lavagna vuota da riscrivere consapevolmente); bensì, di carpire l’essenziale dell’atto del dire-vedere ai fini di una rinnovata e consapevole coscienza (di classe), tenendo a mente che «un’immagine non è mai un’immagine, ma una contraddizione d’immagini».
L’arte – la sua forma estetica tout court – non era mai stata così rivoluzionaria.

La gaia scienza 
versione originale con sottotitoli in italiano
giovedì 13 dicembre 2018, h 20.30
Sentieri Selvaggi, via Carlo Botta 19 a Roma
INGRESSO GRATUITO