Le Mans ’66 – La grande sfida, di James Mangold

Compiere il giro perfetto. Assoluto. Fino ad arrivare a una macchina senza peso che è da qualche parte tra il tempo e lo spazio. Lo dice il Carroll Shelby interpretato da Matt Damon. E forse è la chiave per capire la perfezione di Le Mans ‘66. Non c’entra l’esattezza del calcolo, quanto la precisione della levigatura, dell’esercizio. Dei test falliti e ripetuti, dell’equilibrio tra mente, anima e corpo. Eh già… perché è bene chiarirlo subito: stiamo parlando di un magnifico film zen. Dietro la storia di Shelby e Ken Miles (Christian Bale) che progettano la macchina perfetta per abbattere il dominio sportivo della Ferrari a Le Mans si insegue l’astrazione, il punto che connette l’uomo con la gloria e lo spirito.

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Racconta un’importante pagina dell’automobilismo Le Mans ‘66, certo. Ma forse in filigrana si parla anche di Hollywood e delle sue strategie commerciali. Di sicuro intercetta un momento di passaggio – gli anni ‘60, sempre loro! – in cui l’arte e lo sport si contaminano con la pubblicità. Abbiamo un tycoon, Henry Ford II (Tracy Letts), che ha ereditato un impero che sembra sul viale del tramonto. Serve un’idea, una scossa. Tipo quella di gareggiare e battere Maranello. C’è bisogno allora di un’automobile tutta da inventare. La Ford ingaggia Carroll Shelby, un ex campione che costruisce macchine ed è l’unico americano ad aver vinto a Le Mans, nel 1959. Shelby sa come compiere il miracolo e sa pure anche che il solo che può aiutarlo è l’amico inglese Ken Miles, un pilota purosangue che non scende a compromessi e ha un’immagine che non piace ai piani alti, inadatta per le copertine dei giornali. I due amici faranno comunque quadrato e porteranno la Ford a Le Mans. L’amicizia, prima di tutto. Sembra una storia scritta da John Milius o Michael Mann, il quale non a caso aveva inizialmente preso in mano il progetto, basato sul libro di A.J. Baime Go like Hell: Ford, Ferrari, and their battle for speed.

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Ford vs. Ferrari. Il titolo originale americano punta sui brand ma sotto sotto l’umanista Mangold ne mette in discussione lo statuto. Dietro l’apparente celebrazione del Sogno Americano che conquista l’Europa il suo è un film su due outsider che lottano contro il Sistema, contro il marketing e i giochetti dei “nuovi” imprenditori. Da questo punto di vista la figura di Enzo Ferrari (Remo Girone), brusca, orgogliosa, manifatturiera ne esce meglio di quella Ford II. Si confrontano il vecchio e il nuovo mondo. Shelby e Miles fanno vincere il secondo ma appartengono al primo. Le Mans ‘66 è allora anche una grande parabola sul conflitto tra l’individuo e l’industria, la passione contro il calcolo, l’artigianato contro la produzione seriale. E disegna un tracciato lucido e personale che unisce il Tucker di Coppola con Rush, anche se rispetto al grande film di Ron Howard qui c’è forse meno adrenalina e più bellezza. Una bellezza fluida, quasi ascetica, tutta tesa a levare, smussare, per poi riempire.

Chissà quanta fatica deve nascondersi dietro un film così magnificamente trasparente! Se ci fossero ancora dubbi sul fatto che James Mangold sia il principale erede di Howard Hawks e di un cinema classico che non fa più nessuno, bisognerebbe vedere e rivedere questo suo ultimo film. Come anche Copland, Quel treno per Yuma, Walk the Line. E come Logan ovviamente. Anche stavolta non mancano gli spazi aperti e la comunicazione di sguardi del western. Del resto a suo modo Le Mans ‘66 è un altro film che parla di X-Men, di supereroi che non possono integrarsi fino in fondo in questo mondo perché troppo puri, troppo autentici. Carroll e Ken costruiscono l’epica, la vivono con tutto il peso della vita e del talento. Sono talmente grandi che non hanno neanche bisogno di “arrivare primi”. Non sono come i “colletti bianchi” che pianificano, calcolano, mentono. Gli altri potranno pure scrivere la Storia, ma non raggiungeranno mai la Poesia. Quella spetta a James Mangold e ai suoi personaggi. La Poesia è davanti ai nostri occhi, nel dettaglio di un cappello abbandonato per sempre, nei punti di fuga di uno specchietto retrovisore, nelle luci notturne di una pista vuota. È tutta dentro questo film meravigliosamente pieno e leggero. Sospeso tra l’asfalto e l’orizzonte. Tra il sacrificio e la vittoria. Bellissimo.

 

Titolo originale: Ford v. Ferrari
Regia: James Mangold
Interpreti: Matt Damon, Christian Bale, Tracy Letts, Josh Lucas, Remo Girone
Distribuzione: Walt Disney Studios
Durata: 145′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.57 (21 voti)

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