Les dernières minutes de Jean-Luc Godard

Torniamo di nuovo a incontrarci con il cineasta francese recentemente scomparso in questa visione che parte da Alphaville e il corto In the Darkness of Time.

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Al momento della morte di una persona amata cerchi di catturarne ancora l’essenza abbracciandone i vestiti o occupandone lo spazio su un divano o su un letto. A volte è tutto su uno schermo cinematografico. Specchio nello specchio. Ti sembra di sentirne l’odore, di respirarne la stessa aria, la stessa disperata vitalità. Con la musica di Spiegel Im Spiegel di Arvo Part trattengo Jean-Luc Godard in questa dimensione appuntandolo con le immagini che sono pensieri in movimento. Come si può riflettere cosi profondamente sul linguaggio del dispositivo Cinema e rimanere poetici? Come si può organizzare una danza circolare tra inquadrature che si parlano attraverso rimandi/citazioni e arrivare ancora a commuovere?

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L’emozione suscitata da Godard è ancora più intensa perché non ottenuta coi mezzucci della retorica e del melodramma, della empatia o della identificazione. Questo profondo sentimento di asimmetria nasce dallo scarto evidente tra la realtà e la sua rappresentazione e dalla incapacità del linguaggio cinematografico di colmare questo gap, di potere davvero riprodurre una verità a 24 fotogrammi al secondo. Godard prende atto di questa impossibilità e la trasforma in frammenti riflessi che sono solo una parte del tutto, ma in qualche modo lo possono evocare.

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Ricordo la mia prima visione di un film di Godard: era Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville (1965) e fui sconvolto da questa voglia eversiva di dare “addio al linguaggio” tradizionale con un incredibile lavoro sulla luce e sul suono in senso antiretorico. Le parole sono incapaci di trasmettere un qualsivoglia tipo di verità, un gesto di assenso è un diniego, un si diventa un no. Formule di saluto aride come un atto notarile. Per fare un film bastano una ragazza e una pistola, non necessariamente in quest’ordine. La luce è assenza di buio e l’oscurità è mancanza di luce. È un problema di estetica. Guardando Alphaville pensai che se avessi mai girato un film non lo avrei mai fatto per raccontare una storia ma per cambiarla. O forse avrei messo insieme tanti frammenti di storie perché ciascun frammento potesse riflettere il mio sguardo sulle cose. La posizione rimane scettica: “non si capisce mai niente finchè una sera si finisce per morirne “ e gran parte delle nostre vite passa nella totale inconsapevolezza, senza sapere di avere già perso il meglio perché è già passato, colto per sbaglio in un nanosecondo con la coda dell’occhio. Chiudo gli occhi e mi rimane la immagine di Anna Karina incastrata tra le palpebre mentre declama versi di Paul Eluard (“Io andavo incontro a te senza fine/ incontro alla luce/Se sorridi è per avvolgermi meglio/I raggi delle tue braccia trapassano la nebbia”). Ogni forma di resistenza poetica si scontra con la finitezza, con il countdown verso la morte.

Nel corto In the Darkness of Time c’è una splendida sequenza di ultimi minuti. Dentro il nero del tempo, tutto ciò che è scomparso, tutto quello che non esiste più. Non c’è più lo spazio e il tempo non è mai esistito. Gli ultimi minuti della giovinezza. Gli ultimi minuti del coraggio. Del pensiero che china il capo di fronte al concetto di infinito (le produzioni di tutti i corpi e di tutte le menti svaniscono di fronte al più piccolo gesto di carità). Della memoria (scorrono le immagini dei campi di concentramento). Dell’amore (che è anch’esso finito). Del silenzio (di ciò di cui non si può parlare meglio tacere). Della storia (per sapere chi vive e chi muore). Della paura (terribili immagini di guerra). Gli ultimi minuti dell’eterno con il Cristo in croce di Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo) che si consuma nei suoi sospiri estremi. E ancora il primo piano di Anna Karina piangente in Questa è la mia vita (1962). Gli ultimi minuti del Cinema con un telo bianco mosso da un artificio meccanico. L’ultima visione possibile è quella di un disegno scolpito su una roccia alla luce del fuoco. Il cinema della preistoria. Ombre che si muovono nella caverna. La primordiale idea di Cinema: un monolite che instilla nella mente la possibilità di dare memoria eidetica ai sogni. Non c’è la banda. Non c’è l’orchestra. È tutta una illusione. Ma serve per sopravvivere.

 

In the Darkness of Time

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