Il Vangelo secondo Matteo, di Pier Paolo Pasolini

Certi laici mi hanno detto che il mio Cristo è stalinista. In effetti io pensavo a Lenin. Il fatto è che i laici non tengono conto che Cristo si propone come figlio di Dio, e il culto della personalità è un po’ questo: divinizzare un uomo.” Pier Paolo Pasolini

Povero Stracci! Crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo…”. Il finale de La ricotta (1962) è il seme dal quale germoglia il progetto per un ribaltamento della figura cristologica: dalla parodia di un sottoproletario che muore sulla croce per avere mangiato troppa ricotta alla rivisitazione del vangelo secondo Matteo in cui la figura di Gesù si caratterizza per umanità. Da un povero cristo al Cristo gramsciano redentore.

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La versione del poeta friulano è anti-spettacolare, distante dalla magniloquenza di film come Il Re dei Re (da Cecil B. DeMille fino a Nicholas Ray) e filosoficamente più vicina al Francesco giullare di Dio (1950) di Rossellini e al “cristianesimo ateo” di Bresson. Il messaggio del Messia/Mito sembra diretto principalmente al proletariato e al sottoproletariato come se Pasolini ritenesse impossibile una rivoluzione borghese.

Il Vangelo secondo Matteo diventa dunque una serie ininterrotta di primi piani sui visi di contadini, donne, bambini, lavoratori, disabili, emarginati, malati, che ascoltano ipnotizzati le prediche di uno dei più grandi rivoluzionari della storia. I discorsi sulla uguaglianza, sulla giustizia, sul materialismo borghese, sulla coerenza morale, fanno presa su questa massa di persone che prende coscienza del proprio stato. Pasolini rispetta rigorosamente il testo di riferimento concedendosi solo qualche rara licenza poetica (i soldati di Erode hanno i fez fascisti e i soldati romani sono vestiti da celerini) e sceglie come protagonista Enrique Irazoqui (doppiato magnificamente da Enrico Maria Salerno) uno studente spagnolo dal viso palestinese con un lieve strabismo che ne addolcisce lo sguardo (El Greco è il pittore di riferimento).

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Per Pasolini la spiritualità corrisponde all’estetica, non alla religiosità: diventa conseguenziale la scelta di luoghi come la Basilicata (Matera, dove è girato gran parte del film), la Puglia (l’arrivo in Galilea), il Lazio (il viterbese per il battesimo di Giovanni Battista), la Calabria (la zona dell’isola di Capo Rizzuto per le scene in riva al Giordano), la Sicilia (il deserto della tentazione nella zona Etnea). La scelta delle musiche (Bach e la passione secondo Matteo, Mozart per la scena della crocefissione, i cori Gospel e le messe Congolesi) non fa altro che amplificare il concetto che quanto più le cose sono piccole e umili, tanto più sono belle e grandi nella loro miseria.

Il mistero del dolore e della morte proprio a partire dalle classi più povere viene ripreso in maniera frontale come una pala del quattrocento, citando Piero della Francesca. Nelle scene più cruente del film come nella Strage degli Innocenti da parte degli uomini di Erode, nella decapitazione di Giovanni Battista o nell’impiccagione di Giuda, Pasolini tiene una rispettosa distanza aiutato dal bianco e nero solenne di Tonino Delli Colli. I momenti più intensi del film sono l’Annunciazione e la Crocefissione: nel primo il viso puro e innocente della Madonna contrasta con l’incredulità dello sposo Giuseppe mentre un silenzio sacro commenta lo scambio di sguardi tra gli sposi; nel secondo nel dolore della Madonna anziana (interpretata da Susanna Colussi, mamma del poeta) di fronte alla morte del figlio si rispecchia tutta la sofferenza dell’umanità.

Altri momenti da ricordare sono il ballo di Salomè ripreso nell’indecisione tra festa e lussuria (Salomè è una giovanissima Paola Tedesco) e il contenuto politico del “discorso della montagna” di Gesù che stigmatizza l’avidità delle classi più ricche e la falsità dei Farisei, “sepolcri imbiancati”.

Presentato con successo alla Mostra del Cinema di Venezia dove vinse il gran Premio della Giuria, dedicato alla memoria di Papa Giovanni XXIII, Il Vangelo secondo Matteo è l’opera epico-lirica di un ateo che cerca di interpretare il mistero dell’esistenza e che riconosce nella diversità del Cristo la propria diversità. Un uomo che osserva con ipersensibilità poetica il destino dei poveri e degli emarginati e che con la propria parola li accompagna fino alla fine del (terzo) mondo.

 

Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti: Enrique Irazoqui, Susanna Pasolini, Margherita Caruso, Settimio Di Porto, Marcello Morante, Mario Socrate
Durata: 142′
Origine: Italia, 1964
Genere: drammatico, storico, religioso

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (5 voti)