Living with Yourself, di Jonathan Dayton e Valerie Faris

Cosa sareste disposti a fare (e a dare) per migliorare voi stessi e la vostra vita? La risposta prova a darla Living with Yourself, serie comedy-drammatica prodotta da Netflix che vede protagonista Paul Rudd, reduce dal grande successo raggiunto nel MCU nei panni di Ant-Man.

Qui l’attore veste i panni stropicciati di Miles Elliot, americano medio alle prese con un matrimonio che non funziona, un lavoro insoddisfacente e una vita di aspettative disattese. Fidatosi di una clinica che promette di trasformarlo nella versione migliore di se stesso, Miles verrà narcotizzato e clonato. Il clone sarà più sicuro di sé, più curato nel vestire, più carismatico. Ovviamente la convivenza con il sè stesso originario, goffo e insicuro, sarà foriera di situazioni tragicomiche, ma anche di una crescita personale per entrambi.

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Questa breve serie (otto puntate da circa mezz’ora l’una, quindi perfetta per il binge-watching) ideata da Timothy Greenberg e diretta da Jonathan Dayton e Valerie Faris (registi di Little Miss Sunshine e Ruby Sparks ) ha diverse frecce al suo arco. Su tutte, un bravissimo Paul Rudd, capace di dare vita non tanto a due personaggi diversi, quanto piuttosto a due facce dello stesso personaggio con istrionismo e disinvoltura, aiutato anche da ottimi effetti di grafica digitale che rendono l’interazione fra i due protagonisti assolutamente fluida e credibile.

I protagonisti sono il vero punto di forza della serie. Non siamo infatti davanti a caratteri stereotipati, ad un uomo imperfetto ma sincero contrapposto a un clone perfetto ma cattivo e contento di usurpare la vita del suo originale, come per esempio succedeva in Il professore matto. Qui ad esempio, il nuovo Miles è un personaggio a tutto tondo, forse addirittura più interessante del suo originale, soprattutto quando si trova a dover fare i conti con la sua condizione di doppio artificiale, con ricordi  e sentimenti che non sono realmente suoi ma che sente come tali, che lo faranno rivelare man mano molto meno sicuro di sé di quanto sembrasse all’inizio e di quanto potesse credere chi l’ha creato in laboratorio.

Se la serie ha il suo punto di forza nella caratterizzazione dei personaggi, è nella scrittura degli eventi che mostra i suoi limiti. Nel voler toccare troppi argomenti (il lavoro, il rapporto con la moglie e con la sorella, la clonazione illegale e le indagini) e a tratti inserire cliffhanger thriller (un rapimento sul finale di una puntata, risolto nei primi minuti della successiva) Living with Yourself  non riesce mai a focalizzarsi adeguatamente su un argomento. La sensazione è quella di trovarsi davanti a un prodotto senza una precisa identità nel dover affrontare diversi generi: né comedy, né drama, né thriller.

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Inoltre, se inizialmente la narrazione “a specchio” (grazie alla quale vediamo le vicende raccontate da punti di vista diversi) può essere affascinante, dopo un po’ diventa ripetitiva e non fa che che allungare ulteriormente la trama, difetto che emerge soprattutto nell’episodio che racconta tutta la storia del matrimonio fra Miles e la moglie, raccontata dal punto di vista di lei.

Si resta comunque in attesa di una seconda stagione che sviluppi ciò che in questa è rimasto in sospeso: sarebbe interessante scoprire chi c’è dietro le cliniche per la clonazione illegale, o quali oscuri segreti nasconda un vecchio imprenditore con cui il protagonista si trova a lavorare, oltre a quello che rivela in una scena inaspettatamente inquietante della serie.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

Un commento

  • Gianluca Massimo
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    Serie Tv molto carina, con spunti divertenti, ma anche di riflessione.
    Dal finale, non si è capito bene se sia una sola stagione auto-conclusiva.
    Ma un eventuale seguito incuriosirebbe

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