#Locarno 68 – Diario del Concorso: Iosseliani-Zulawski, la leggerezza dei maestri

È strano notare come in questo Concorso, che ha il merito di accostare giovani cineasti a maestri affermati, i primi facciano spesso un cinema che sembra guardare più alla morte che alla vita. Corpi malati, violati, o che hanno loro stessi ucciso – come il Brat Dejan di Bakur Bakuradze che della morte racconta il duplice volto, quello di chi le va incontro e di chi l’ha data con le sue stesse mani.

Fa per ora eccezione, pur seguendo di fatto il viaggio del bufalo Sarchiapone verso l’inevitabile mattatoio, solo Bella e perduta di Pietro Marcello, che conclude secco “Bisogna amare la vita” e in cui questa risuona all’interno di ogni singola immagine.

Leoni come Andrzej Zulawski e Otar Iosseliani rispondono invece proponendo opere di una leggerezza inviadiabile, in cui l’ironia diventa la chiave per riflessioni di alto profilo e la lente di ingrandimento in mano a chi guarda questo mondo con divertito distacco.

Nell’adattare il romanzo di Gombrowicz, Zulawski sembra ripercorrere mentalmente il suo stesso cinema e superarlo. Come se in Cosmos prendesse a piene mani un intero passato artistico, racchiuso nella scelta di un testo per lui cruciale e formativo come quello dell’autore polacco, e se ne liberasse.


Il suo ritorno al cinema, dopo un silenzio di quindici anni, ricorda in questo senso la produzione più matura di Alain Resnais, inevitabilmente richiamata dai capelli fiammeggianti di Sabine Azéma, di cui condivide la stessa levità di sguardo.

cosmosSi diverte, insomma, Zulawski ad aprire e recidere il romanzo di formazione del suo protagonista dopo poche battute. Un treno, una stazione, una musica in crescendo. Inizia il viaggio ma…cut, subito un taglio, che consegna Witold alla bizzarra magione dove il coming of age di ispirazione classica, col giovanotto nutrito a suon di Stendhal, sarà minato da segnali perturbanti – gli uccellini impiccati, il labbro mutilato di Catherette – che riattivano, immediato, il legame con l’immaginario zulawskiano, specialmente quello dei film girati in patria, delle sue immagini convulse e raccapriccianti.

Ma Cosmos tiene lontano il fuore di un Possession e gli stessi occhi sbarrati, i primi piani folli dei protagonisti, i travestimenti che ne fanno l’uno il doppio dell’altro, vivono di un senso ludico che ci trasporta continuamente fuori e dentro l’opera.
Da un romanzo di destrutturazione ho voluto trarre un film di costruzione, ha raccontato Zulawski. E in questa costruzione frammentaria, zigzagante, entra il Cinema, col Pasolini di Teorema, Bresson (Luc Bresson? chiede un personaggio, altro esempio emblematico della divertita e graffiante critica d’autore…) finendo per entrare in campo, con i carrelli esibiti nell’incredibile finale con i bloopers sui titoli di coda.

chant d'hiverAltrettanto giocoso è lo Iosseliani di Chant d’Hiver, che parte da una decapitazione sotto la Rivoluzione per ritrovarsi nella Parigi contemporanea, dove agiscono, mutatis mutandis, gli stessi personaggi. Quasi servendosi dell’assunto lelouchiano della Belle Histoire, Iosseliani fa del cinema un personale bazar di ricordi, buttandovi dentro amici – lo splendido Enrico Ghezzi conte decaduto o lo spazzino Matthieu Amalric – e volti, corpi pronti a rinascere a ogni nuovo ciak.

Tra porte invisibili disegnate sui marciapiedi e ladruncole pattinatrici, Iosseliani punta il suo occhio – come il gendarme voyeur – su questo guizzante quartiere parigino, brulicante di vite che si incrociano e di cui seguire, in un dolcissimo atto d’amore per l’immagine cinematografica, le traiettorie potenzialmente infinite.