L’ultimo uomo che dipinse il cinema, di Walter Bencini

«I manifesti cinematografici si fanno amare perché sono come le canzonette: ti riportano a certi momenti della tua vita, impedendoti di perderli». Così la pensava Fellini. Ideologia condivisa dai più, come dimostra l’incredibile successo internazionale che ancora oggi riscontrano le opere dell’illustratore italiano Renato Casaro. Per far sì che la sua maestria venga (ri)conosciuta anche dalle nuove generazioni, il regista Walter Bencini (I Cavalieri della Laguna, Gli ultimi butteri) omaggia la vita e la carriera del maestro nel documentario L’ultimo uomo che dipinse il cinema, prodotto da Insekt Film e Red Velvet in collaborazione con Sky Arte, presentato nella selezione ufficiale del Trieste Film Festival 2020 e in programma oggi alle h 18 al Sudestival di Monopoli, alla presenza di Bencini e di Casaro.

Una scoperta per i giovani, una testimonianza dello splendore italiano del passato per gli appassionati. Attraverso un’interessante panoramica dei manifesti e dei bozzetti dell’artista, gelosamente custoditi nello studio all’interno della casa natale di Treviso, viene ripercorsa la sua brillante e significativa carriera, affiancata da numerosi materiali di repertorio, spesso in bianco e nero. É lo stesso Casaro a mostrarci i suoi lavori, a rivelarci curiosità e retroscena, accompagnato dalle voci dei principali collaboratori dell’epoca (da Carlo Verdone a Dario Argento, da Terence Hill a Enrico Vanzina, da Vittorio Cecchi Gori ad Aurelio De Laurentiis) e di vari esperti in materia cinematografica (Maurizio Baroni, Nicoletta Pacini, Goffredo Fofi, Giovanni Bogani).

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«Nato con la matita in mano» e innamoratosi sin da giovane del cinema, egli compie la gavetta presso una tipografia di Treviso e a soli diciott’anni inizia a creare i primi sagomati dei film proiettati in sala al prestigioso cinema Garibaldi; il padre lo vorrebbe disegnatore navale, ma il giovane Renato sogna la scintillante Cinecittà. Le porte del successo gli si spalancano grazie alla raccomandazione dello Studio Favalli (dove lavora per la Lux Film a fianco dell’illustratore Renato Fratini). Partecipa alla rinascita italiana del dopoguerra, all’ascesa della Hollywood sul Tevere, alla celebrazione della “dolce vita”, ben presto immortalata da Fellini nel film omonimo. Ancora giovanissimo apre un suo studio privato a Roma, per poter avere la libertà creativa necessaria a comporre delle opere che acquisiscono a ogni effetto lo statuto di arte. Passa dallo stile impressionista giovanile a quello realista e iperrealista della maturità; crea manifesti per registi del calibro di John Huston, Sergio Leone, Claude Lelouch, Dario Argento, Rainer Werner Fassbinder, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Luc Besson. 

Per un pugno di dollari (1964, Leone), La Bibbia (1966, Huston), Lo chiamavano Trinità… (1970, Clucher), Il mio nome è Nessuno (1973, Valerii), Amici Miei (1975, Monicelli), Un borghese piccolo piccolo (1977, Monicelli), La casa (1981, Raimi), Rambo (1982, Kotcheff), Acqua e Sapone (1983, Verdone), C’era una volta in America (1984, Leone), La storia infinita (1984, Petersen), Amadeus (1984, Forman), Il nome della rosa (1986, Annaud), Opera (1987, Argento), L’ultimo imperatore (1987, Bertolucci), Atto di forza (1990, Verhoeven), Il tè nel deserto (1990, Bertolucci), Misery non deve morire (1990, Reiner), Nikita (1990, Besson), Balla coi lupi (1990, Costner): sono solo alcuni dei titoli di cui Casaro ridefinisce l’immaginario collettivo, riuscendo a cogliere perfettamente l’essenza di narrazioni e personaggi, rendendo ciascun film appetibile per un pubblico principalmente attirato dalle enormi immagini pubblicitarie sparse per la città. La dimensione economica della fruizione in sala, finalità ultima della creazione di illustrazioni ad hoc, non deve tuttavia sminuire la portata artistica di un mestiere fatto di dettagli e fantasia, di idee in continuo divenire. In questo senso, i peculiari manifesti di Casaro possono essere visti come ultimo baluardo, vera e propria «carta d’identità dei film».

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