Lupin Zero, di Daisuke Sakō

L’iconico ladro gentiluomo ritorna con una serie prequel di ottima fattura, capace di legare le origini di Lupin ad una visione originale e revisionista della sua immortale mitologia. Su Prime Video

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Generalmente le saghe più longeve della storia dell’animazione fondano il proprio successo sulla formulareità, su quella straordinaria capacità di rimanere ancorati ad una ricetta ideale, che per quanto soggetta ai fenomeni industriali, resta sempre espressione di una fedeltà sacra alla sua struttura originaria. Gli esempi di questo processo sono moltissimi, e li osserviamo progressivamente in opere come Detective Conan, Shin-chan e – almeno in parte – in Gundam. Eppure sin dalle sue origini televisive, il franchise di Lupin III sembra sfidare questo assunto. Perché ciò che davvero conta nella saga del celebre ladro gentiluomo non è la (pur mirabile) coerenza con cui profila nel tempo le sue logiche, ma quell’eclettismo di stili e registri che governa da sempre l’universo espressivo del prodotto. Un andamento di per sé già ravvisabile nel primissimo ciclo di episodi dell’iconica serie del ’71 (quella, per intenderci, della “giacca verde”) dove alla natura cinica ed erotica della parte iniziale (diretta da Masaaki Ōsumi) si sostituiscono le iperboli funamboliche e travolgenti della coppia Miyazaki/Takahata, verso cui questo Lupin Zero – data la sua configurazione da prequel – direziona tutte le sue ramificazioni.

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In piena continuità con l’andamento (dis)continuo degli orizzonti estetici della saga, Lupin Zero genera il suo racconto proprio a partire da alcuni anacronismi linguistici. Qui di quel Lupin prima sornione e poi scanzonato non resta alcuna traccia, così come viene meno anche l’insieme di rapporti, relazioni e formule narrative su cui nascono e si sviluppano tutti i paradigmi iconografici del franchise. A dominare è perciò un apparente senso di estraneità, che in linea con la natura antefattuale del racconto, ingloba l’intero universo della saga all’interno di una forbice temporale talmente inedita, da essere stata esplorata solamente in parte nel manga originale di Monkey Punch.

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Ci troviamo infatti all’alba degli anni ’60, quando il giovane Lupin III è solo un vivace ragazzo dalla sicumera sfacciata, lontano dall’essere il più temuto, magnetico e inafferrabile dei ladri. L’idea di seguire le orme ladresche del nonno è già lì, ma insieme al suo amico/collega Jigen, trascorre ancora le giornate tra raggiri infantili e semplici malefatte. I suoi sono letteralmente i primi passi di un lungo cammino di esplorazione/formazione, in cui la traiettoria di maturazione tipica del coming-of-age passa per il necessario superamento dei rapporti dinastico-parentali, veri antesignani della parabola criminosa a cui il ladro-in-essere voterà (come noto) la propria esistenza. Ed è sul solco di questa stessa liminalità diegetica/identitaria, a metà tra l’anticipazione di ciò che è già stato e l’esplorazione a ritroso di eventi ancora ignoti, che Lupin Zero può affermare con grande coerenza la sua vocazione alla rottura. Un approccio quasi estremo per come rifiuta apertamente i codici e le convenzioni delle narrazioni precedenti, eppure assolutamente logico e naturale nel suo disvelamento mitopoietico. Perché l’unico vero modo per raccontare l’origine del mito di Lupin e renderlo coerente con i (futuri?) sviluppi cosmogonici del suo universo, richiede, almeno in parte, un tradimento. Che ha nell’aspetto rètro del tratto animato, l’ennesima espressione di un progetto capace di entrare in collisione, come vedremo, anche con gli odierni mondi dell’animazione nipponica.

A questo punto vi chiederete sicuramente: come è possibile che la serie restituisca allo spettatore un ritratto fedele dell’universo di Lupin, senza presentare le figure nevralgiche che lo caratterizzano? Come riesce, cioè, ad articolare la genesi dell’iconico ladro al di là di tutto quel sistema di personaggi, relazioni e schemi narrativi, centrali non solo per lo sviluppo delle traiettorie interne al gruppo di protagonisti (ovvero Goemon, Fujiko e soprattutto Zenigata), ma anche per l’adesione ad una formula ampiamente consolidata – e quindi di successo? Domande, queste, tutte lecite e giuste. E l’assenza di tali strutture, a cui leghiamo da sempre il nostro investimento emotivo, si avverte in ogni momento del racconto. Ma è pur sempre vero che il canone di Lupin Zero è quello della origin story, e in particolare del coming-of-age. E in quanto tale può permettersi, appunto, di “azzerare” la conoscenza che abbiamo dell’immaginario di riferimento, e recuperarla attraverso un avvicinamento progressivo a quell’orizzonte da noi ben più che conosciuto.

Un recupero che avviene, come anticipato, sia in termini tematici che estetici. Più il giovane Lupin risolve i conflitti parenterali – ci troviamo infatti in un racconto di formazione – più si avvicina alla personalità lasciva e irriverente delle serie originali. E non è un caso che solamente dopo aver “superato” l’immagine del padre e “conquistato” il favore della bellissima Yōko, lo vediamo indossare la giacca verde. Ovvero quello stesso capo, che alla pari di un paradigma, codifica per la prima volta nel ’71 l’icona di un personaggio destinato da quel momento in poi ad entrare nell’immaginario collettivo globale. Ma per raggiungere questo livello, Lupin Zero adotta una strategia espressiva quanto meno singolare, arrivando addirittura a discostarsi dalle evoluzioni estetiche di anime odierni quali Spy x Family, Aoashi o Chainsaw Man, pur di recuperare visivamente il rapporto con le narrazioni passate. In questo modo Lupin non appartiene più alla dimensione contemporanea, ma a quella atemporale della sua storia. In cui la fondazione del mito è già codificata. Ed è nuovamente pronta a trascinarci nel suo nostalgico richiamo.

 

Titolo originale: Rupan ZERO
Regia: Daisuke Sakō
Voci: Tasuku Hatanaka, Shunsuke Takeuchi, Yoshito Yasuhara, Toshio Furukawa, Toa Yukinari, Saori Hayami, Yume Miyamoto,
Distribuzione: Amazon Prime Video
Durata: 6 episodi da 25′
Origine: Giappone, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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Il voto dei lettori
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