Milano Film Festival 2021 – Il festival diffuso di Milano

I nuovi film di Bruno Dumont e Todd Haynes, l’omaggio a Bertrand Mandico e le nuove promesse del cinema indipendente Kit Zauhar e Elisabeth Vogler: il racconto del festival milanese appena concluso

Si è chiusa domenica sera ai Giardini Indro Montanelli di Porta Venezia l’intensa tre giorni del Milano Film Festival. Un’edizione che, a detta del presidente Beniamino Saibene, non corrisponde né alla ventitreesima né alla ventiquattresima, in quanto rappresenta il trampolino tra un mondo e un altro. È l’edizione del back to reality, del ritorno in sala (da questa settimana al 100%), del ritrovo della socialità. Anche per questo, i controlli nei tre luoghi occupati all’interno di Porta Venezia (Cinema Arcobaleno, Sala MEET, Giardini Indro Montanelli) sono rigorosi e ripetuti costantemente. Green pass, temperatura e biglietto è il mantra che ci si ripete prima di entrare in sala e che probabilmente ci accompagnerà al cinema per i prossimi mesi.

Le basse temperature delle serate autunnali milanesi non hanno spaventato gli spettatori del cinema all’aperto ai Giardini Montanelli. Qui sono stati proiettati il film di apertura e chiusura del festival: France, di Bruno Dumont e The Velvet Underground, di Todd Haynes.

L’impressione, soprattutto durante le proiezioni serali, è stata quella di una piccola grande festa. Il pubblico l’ha vissuta tutta d’un fiato in uno spazio temporale e spaziale sicuramente ridotto, ma non per questo limitante. Questo grazie anche alle diverse attività collaterali messe a disposizione.

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Ad esempio, accanto al palco dei Giardini, un allestimento realizzato dall’Accademia di Brera ha incuriosito una buona fetta del pubblico. Grazie alla tecnologia del green screen, persone di tutte le età si sono cimentate nell’esperienza di essere riprese su due panchine diverse dando l’impressione di trovarsi sulla stessa.

Lo spirito del festival si può cercare proprio in questa sensazione di vicinanza, di condivisione di tre diversi spazi culturali, simbolo della stessa zona territoriale. Nei tre giorni di festival gli spettatori, i volontari, i registi e gli attori hanno compartecipato a proiezioni, aperitivi, dibattiti.

Le tre principali sezioni del MFF si sono alternate con la direzione artistica di Gabriele Salvatores e del critico Alessandro Beretta.  La competizione ufficiale, International Film Competition, vedeva quattro lungometraggi diretti da giovani registe alla prima o alla seconda pellicola. Prima della proiezione del suo film al cinema Arcobaleno, la giovane Kit Zauhar, regista del film Actual People (vincitore dell’Aprile Award), afferma che si tratta di un’opera realizzata praticamente senza budget e insieme ai propri amici. Insieme al film di Zauhar, si trovavano in competizione anche Dark Blossom, di Frigge Fri. Medusa, di Anita Rocha da Silveira (vincitore del Audience Award) e Roaring 20s, di Elisabeth Vogler. È proprio il film corale di Vogler, ambientato nella Parigi delle prime riaperture estive post Covid-19 a strappare il premio principale del Festival.

Per la capacità di coniugare una scelta formale radicale con l’affresco originale di un momento storico.

Accanto ai lungometraggi, la competizione principale portava anche tre gruppi di cortometraggi meritevoli per il loro forte impatto visivo o per la loro poetica visionaria. Ad essere premiati, infatti, sono due corti diversi tra loro come L’incanto, di Chiara Caterina (Jury Special Award) e Fall Of The Ibis King, di Mikai Geronimo e Josh O’Caoimh (Jury Special Mention).

Nel programma di quest’anno si è inserito anche l’omaggio a Bertrand Mandico. Autore immagine del cinema indipendente, con la proiezione dei suoi ultimi lungometraggi e di alcuni dei suoi corti più sperimentali. Il terzo giorno la proiezione in sala MEET di Hormona, raccolta di tre suoi cortometraggi, riempie quasi i tre quarti della nuovissima sala, la sera precedente, After Blue regala il quasi tutto esaurito ai Giardini Montanelli.

La chiusura del Festival è affidata a The Velvet Underground, di Todd Haynes, film inserito nella sezione The Outsiders che accompagna il già citato France, di Bruno Dumont e Land Of Warm Waters, dei fratelli Buharov. Il documentario di Haynes sulla storica band newyorkese, prossimamente in uscita su AppleTV+, è un film “destinato ad ispirare il pubblico”.

Il presidente Saibene, infine, nel suo discorso di chiusura tira le somme su questo festival diffuso:

Ci piace pensare di aver stimolato il ritorno in sala e siamo felici di aver registrato un grande desiderio delle persone di andare al cinema. Ci siamo trovati in un momento storico davvero particolare. Un momento di ritorno ad una normalità che di certo non sarà più quella di prima. Ma la voglia di grande schermo e di stare insieme in presenza non sembra essere stata scalfita. 

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