“Non sono più un regista obiettivo”. Jonas Carpignano presenta A Chiara

Il regista ha parlato del suo film, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e in sala dal 7 ottobre, di Martin Scorsese, del rapporto con la Calabria, che ormai considera la sua casa

È bello vedere persone in una sala. Grazie per aver rifiutato il link”, si presenta così Jonas Carpignano alla stampa dopo la proiezione romana del suo nuovo film A Chiara, in sala dal 7 ottobre. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs e vincitore del premio Label Europa Cinemas a Cannes, il film continua l’esplorazione della Piana di Gioia Tauro attraverso le persone che la vivono, cominciata con Mediterranea e proseguita con A Ciambra.Sono arrivato in Calabria nel 2010 per fare ricerca e non me ne sono più andato. Per me il Sud Italia ora è casa”. Per questo rifiuta che i suoi primi tre film vengano considerati una trilogia: “Non credo che smetterò mai di raccontare queste terre. I 10 anni passati qui sono stati un percorso di maturazione per me e per il mio cinema. Qui ho trovato la mia bussola”.

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La realtà che Carpignano vive quotidianamente permea tutti i suoi film e A Chiara non fa eccezione. A fianco del regista siedono, infatti, le due protagoniste Swamy e Grecia Rotolo, rispettivamente la Chiara del titolo e sua sorella Giulia. “I confronti che abbiamo tra di noi e i nostri genitori sono naturali nel film perché avvengono davvero così. Jonas già ci conosceva bene, è uno di famiglia e per me è come un fratello” dice Swamy, al primo ruolo da attrice professionista come sua sorella. “Una volta, prima che girassimo il film, avevo invitato Swamy al Festival di Gioia Tauro e lei si mette a litigare con Grecia davanti a tutti. Un’ora dopo ero a casa a scrivere la scena” continua Carpignano. Parlando del rapporto con la sua protagonista, c’è spazio per le risate e per le lacrime: “All’inizio è stato come a scuola, le stavo vicino e la guidavo nella scena, ma ha fatto un percorso di crescita incredibile. L’ultima scena è stata girata un anno dopo le prime riprese, durante il secondo lockdown. Le Marche, dove stavamo girando, era zona rossa e visto che la scena da girare era una festa, c’era un’atmosfera estremamente gioiosa. Pensavo che Swamy fosse stata trasportata un po’ da questa euforia, ma quando dovevamo girare e le ho spiegato la scena, lei si è girata di me e di aver capito. Quando abbiamo finito, siamo andati in una stanza vicina e abbiamo pianto insieme”.

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In A Chiara realtà e finzione si sfumano, penetrano l’una nell’altra, ma il suo regista è decisamente legato alla concretezza del suo vissuto, anche se questo non gli impedisce di confrontarsi con i generi come quello del thriller e del mafia movie. L’elemento thriller e le atmosfere claustrofobiche servono a restituire la sensazione di Chiara di star esplorando un mondo sotterraneo, ma non volevo legarmi a un genere. Non ero interessato allo spettacolo. In The Irishman hai quattro minuti di esplosioni in cui ti godi lo spettacolo. Nel mio film non c’è uno sparo, ma questo perché volevo allontanarmi dagli stereotipi e avvicinarmi alla realtà. In dieci anni non ho mai assistito a sparatorie, mentre ho visto tante macchine bruciate”. Rimanendo in tema Martin Scorsese, nel 2015 produttore esecutivo di A Ciambra, Carpignano dice che non ha ancora visto A Chiara perché “non vede link, sta aspettando che gli mandi un blu-ray”.

Carpignano, comunque, vede nella sua opera un racconto di formazione, che vuole indagare la morale dei suoi personaggi, capirne le ragioni senza giudicarli. “Conosciamo personalmente diverse persone divenute latitanti o arrestate. Ma pur non condividendo la loro linea morale e le loro scelte, riconosciamo che ci hanno le loro ragioni che li porta a giustificare quel che fanno. Le persone sono molto di più di quello che fanno e questo è questo è un racconto da dentro, non da sopra”. È un tipo di osservazione partecipante che non solo lo lega a un illustre passato cinematografico a cui guarda lui stesso come De Seta e Rossellini, ma anche al cinema contemporaneo. È lui stesso ad ammettere come si senta di far parte di una corrente internazionale di autori che condividono un certo sguardo sul presente, tra cui lui stesso include Chloe Zhao, Claire Burger e Alice Rohrwacher (con la quale “mi confronto sempre”). Giovani autori già importanti che sicuramente caratterizzeranno anche il cinema futuro. “Mi sento a mio agio a raccontare il presente. Per il futuro e i miei prossimi progetti, ora che ho la mia bussola, guarderò la mappa. E anche se non racconterò questa terra, il tipo di sguardo che potete aspettarvi sarà lo stesso”.

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