Oscar 2024 – Nolanheimer

Se lo scorso anno la vittoria del multiverso di Everything Everywhere raccontava una fuga dalla realtà, la vittoria di Oppenheimer e La zona d’interesse fissano il focus sulle ferite della Storia

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Per quanto Christopher Nolan abbia spesso diviso la nostra redazione, e lo ha fatto sin dai primi film, dobbiamo ammettere che questo trionfo, in larga parte annunciato nelle settimane precedenti, è da considerarsi meritato per l’enorme influenza che questo cineasta ha avuto all’interno dell’industria hollywoodiana, presso le giovani generazioni di spettatori e più in generale nell’immaginario collettivo del XXI secolo. ll regista oggi più amato dai cinefili aveva sfiorato l’Oscar in un paio di occasioni (Inception, Dunkirk), ma è riuscito a portare a casa la posta più alta proprio con il suo film più lungo e ambizioso: l’adattamento della biografia premio Pulitzer su Robert Oppenheimer American Prometheus. Certo, in una stagione caratterizzata da ottimi film, il risultato ottenuto da Oppenheimer con i suoi sette Oscar è davvero esplosivo. Come se si fosse avvalso di una spietata miscela alchemico-nucleare confezionata dal suo protagonista, Christopher Nolan si è portato a casa oltre ad alcuni prevedibili premi tecnici (fotografia, montaggio, musica) quelli ai due attori protagonisti (Cillian Murphy e Robert Downey jr.), al miglior film e alla miglior regia, spazzando via in una nuvola di fuoco i due grandi film di Cannes – Anatomia di una caduta e La zona d’interesse –  l’ultimo Scorsese di Killers of the Flowers Moon, il campione d’incassi Barbie – a dir la verità già parzialmente ridimensionato in fase di nomination – e il quotatissimo Leone d’oro veneziano Povere creature!, che però con quattro statuette, tra cui quello per la miglior attrice protagonista Emma Stone, è sostanzialmente l’altro grande vincitore della serata, il vero “anti-Barbie” secondo alcuni.

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Certo se consideriamo, oltre all’atomica del film di Nolan, anche l’Oscar vinto da Jonathan Glazer come miglior film internazionale (La zona d’interesse) e il premio come miglior documentario al durissimo 20 Days in Mariupol di Mstyslav Černov, dobbiamo constatare come il principale filo conduttore di questa edizione degli Academy Award sia stata la guerra con le sue devastazioni apocalittiche: da Hiroshima all’Olocausto glazeriano in fuori campo, passando per la guerra in Ucraina ripresa in tempo reale dal fotoreporter Černov. Ad avere la meglio sono stati quindi i film con la visione di un mondo affacciato sul baratro, quasi un controcampo dark ai colori sgargianti e ai numeri musicali dello show, che hanno visto l’apice nell’esibizione di Ryan Gosling per I’m Just Ken in Barbie. Se lo scorso anno la vittoria del multiverso di Everything Everywhere All At Once suggeriva la necessità di una fuga dalla realtà, i film vincitori di quest’anno raccontano le ferite passate e presenti della Storia, riportando  pubblico e addetti ai lavori a una problematica presa di coscienza tra epica dello spettacolo (Oppenheimer), posizionamento etico-concettuale (Glazer) e giornalismo di trincea (Mariupol). E persino il premio come miglior film d’animazione a Il ragazzo e l’airone, secondo Academy Award vinto da Hayao Miyazaki, nel suo essere un film sul superamento del lutto e sul rapporto conflittuale padre-figlio, racconta, rispetto anche al recente passato, di un approccio dei membri dell’Academy più complesso, adulto e, per certi versi, maggiormente cupo di quanto fosse nelle previsioni. 

L’elenco completo dei premi

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