RIFF 2019 – Moby Dick o il Teatro Dei Venti, di Raffaele Manco

Prima la citazione di Werner Herzog: “In Fitzcarraldo non sono stati i soldi a issare la nave sulla cima della montagna: è stata la fede“. E subito dopo uno dei più preclari incipit della letteratura: “Call me Ishmael“, detto per di più da un ragazzo africano in voice-over. Inizia cercando l’effetto ottundente per potenza e suggestione il documentario di Raffaele Manco Moby Dick o Il Teatro dei Venti sulla riduzione operata dal Teatro Dei Venti del capolavoro di Herman Melville. E se ne capisce subito il motivo, considerata la natura del progetto: una macchina teatrale di otto tonnellate e tredici metri di altezza che si sposta all’interno di una piazza con cento persone tra attori e figuranti. Come dice Salvatore Sofia, organizzatore dell’evento: “Dovete immaginare un palco di 12 metri che cammini al centro di una città con lo stesso movimento di una nave“. In una sorta di epica sfida con lo scrittore statunitense, il regista Stefano Tè nel 2015 aveva infatti lasciato gli ormeggi della prudenza artistica e per portare in scena il romanzo si era lanciato a vele spiegate nel titanismo più sfrenato. Tre anni di preparazione, un budget illimitato, lavorazione e prove che il documentario racconta attraverso una precisa scansione in tappe, intervallate da brevi stralci recitati dagli attori mentre guardano muti la macchina da presa su sfondo nero. Questa è l’unica concessione audiovisiva che si fa all’opera vera e propria che per il resto della visione rimane continuamente sullo sfondo, agìta fisicamente ma mai dispiegata nella sua ideazione artistica. Moby Dick o Il Teatro Dei Venti sceglie piuttosto di concentrarsi sull’improbo lavoro scenografico operato attraverso le esaurienti interviste a Dino Serra e Massimo Zanelli, progettisti e realizzatori della nave semovente su cui recita il nutrito cast. A partire dalla splendida intuizione di fare della chiglia della baleniera Pequod, facendola capovolgere dagli stessi attori a metà rappresentazione, lo scheletro del cetaceo bianco così ossessivamente cercato dal capitano Achab, le difficoltà tecniche incontrate dalla Compagnia vengono raccontate accostandole inevitabilmente al senso metafisico di trascendenza umana del romanzo. Una narrazione documentaria quindi che scegliendo di mettere in evidenza il fare pratico piuttosto che il risultato culturale riesce soprattutto a raccontare la natura sociale del Teatro dei Venti.

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La principale particolarità della compagnia modenese è rappresentata dal fatto che gli attori recitano ma contemporaneamente fanno anche da maestranze tecniche. A loro è demandata provetta competenza carpenteria dato che ad un certo punto dovranno issare da soli l’albero maestro. Un teatro quindi che come dice il regista Stefano Tè “si fa da solo“, dove non ci sono suddivisioni anti-democratiche e partecipato anche da bambini, gente del posto, richiedenti asilo e perfino dai detenuti del carcere di Modena e di Castelfranco Emilia. D’altronde era lo stesso Ishmael nel romanzo ad avvertire che ad imbarcarsi sulle baleniere erano proprio i folli, i reietti e gli emarginati, presenze societarie fantasmatiche ma capaci di superare i limiti imposti dal suddetto consorzio umano. Come i soliti assurdi paletti imposti pervicacemente dalla commissione regionale che per il debutto del 6 Giugno 2018 voleva imporre a una rappresentazione all’aperto barriere di metallo e restrizioni d’ingresso e a cui solo l’ostinazione achabiana di Stefano Tè è riuscita a far fronte. Forse per il Teatro dei Venti il vero Leviatano non è stato Moby Dick ma l’Istituzione che l’Umano in questo caso, per fortuna dei tanti spettatori accorsi nonostante le intemperie, è riuscita a sconfiggere senza inabissarsi con essa.

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