Run, di Aneesh Chaganty

L’opera seconda del trentenne indo-statunitense, già autore dello sperimentale Searching, non va oltre il compitino e si affida totalmente alle interpretazioni delle protagoniste

Ogni mattina la diciassettenne Chloe Sherman sa che dovrà alzarsi dal letto, montare sulla sedia a rotelle e replicare una lunga serie di preparativi. Uscita dal bagno, dopo aver preso la solita pletora di pillole, scenderà al piano di sotto tramite il montascale e lì consumerà una controllatissima colazione con sua madre, Diane Sherman. Le due abitano in una casa isolata, felici e unite. Poi apprendiamo che Chloe aspetta risposta da alcune università che non giungono, tanto che la ragazza vive con forte frustrazione l’idea di non poter proseguire gli studi. Diane, da par sua, non sembra preoccupata da questa eventualità e anzi durante le riunioni con gli altri genitori di adolescenti disabili mostra un proverbiale aplomb riguardo la situazione: Chloe è la persona più forte che conosce, a suo dire, e se la caverà benissimo da sola.
Ma come da tradizione del thriller psicologico, in Run di Aneesh Chaganty nulla è come sembra. Diane nasconde un segreto e sua figlia ne avrà presto sentore perché in effetti molto sveglia. Le cose si fanno difficili quando Chloe si accorge di prendere dei medicinali sospetti e di dipendere oltre misura dalle decisioni della madre. Una storia di genitorialità tossica, che si sviluppa lungo l’arco di tre atti perfettamente strutturati e che inanella l’intero parterre di cliché del genere per trascinare il pubblico dentro una spirale. Elementi che non vengono però in alcun modo ridiscussi o riordinati, ma solamente replicati pigramente. L’opera seconda del trentenne indo-statunitense, già autore dello sperimentale Searching (2018), non va oltre il compitino e si affida totalmente alle interpretazioni delle protagoniste.

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Da una parte l’esordiente Kiera Allen, costretta a recitare quasi solo con gli occhi e straordinariamente in parte. Dall’altra la pluripremiata Sarah Paulson (Glass al cinema e Ratched su Netflix, per fare due titoli recenti) che invece non riesce a evitare l’overacting in più di un’occasione, causando spesso un sentore di dejà vu con personaggi mentalmente instabili del passato. Vien da chiedersi se gli appassionati di questo tipo di film non meritino una cura maggiore del prodotto. È davvero inevitabile sapere già cosa sta per succedere? Ma non solo, in Run è sempre evidente (verrebbe da dire ovvio) anche il come e il dove avrà luogo una determinata scena. Per quanto il ritmo sia efficace e sostenuto, non si palesa alcuna riflessione sull’immagine degna di nota e neppure un discorso sul presente realmente valido. Per non parlare del cinico finale, che a trovarlo in un B-Movie farebbe pendant ma qui ce lo saremmo risparmiati volentieri.

Titolo originale: id.
Regia: Aneesh Chaganty
Interpreti: Sarah Paulson, Kiera Allen, Onalee Ames, Pat Healy, Carter Heintz, Clark Webster
Distribuzione: Lucky Red, Universal Pictures
Durata: 99′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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