Sanremo 2014 – Cavalli pazzi

sanremo 2014 protesta operaiUn sipario che non si vuole alzare è il simbolo di un programma-evento nazionale che nessuno vorrebbe mai vedere ma che finisce col catalizzare per un'intera settimana l'attenzione di una nazione con ben altri problemi da risolvere.

 

Malgrado i buoni propositi, però, quella con Sanremo è una attrazione fatale per gli italiani; e ogni anno di più il Festival si conferma  uno specchio delle Brame che, invece di riflettere la più bella (addormentata) del Reame, finisce per costituire piuttosto il nostro Ritratto di Dorian Gray, immagine della decadenza morale di un Paese che qualcuno vorrebbe addossare interamente alla Rai, con perfetta quadratura del cerchio.

 

In realtà, proprio il ritorno del Grillo parlante davanti al Teatro Ariston è il primo di una serie di dèjà vu che caratterizzano la prima serata di questa nuova edizione targata Fabio Fazio-Luciana Littizzetto, coppia inossidabile della tv radical chic scelta appositamente per sprovincializzare e de-nazionalpopolarizzare il festivàl, riducendolo di fatto a un Che tempo che fa lungo quattro serate con rigurgiti dei bei vecchi tempi, del loro fasto ingenuo e pieno di promesse.

 

grillo a sanremo 1989-2014Grillo e le sue invettive, i balletti a schiena in giù di una Carrà dall'inossidabile caschetto platino, le rivendicazioni sociali e la disperazione del singolo che irrompe fra papaveri e papere; il superominismo del conduttore tv chiamato a salvare la faccia e la diretta, perché the show must go on, certo, ma il vero show è sempre immancabilmente lontano dal palco. 

 

Volti e situazioni che ci fanno guardare il calendario, controllare se gli orologi si siano fermati, se – come cantavano gli Afterhours – siamo usciti vivi dagli anni Ottanta…Sanremo ci suggerisce che no, siamo ancora lì. Alla nascita delle tv private e del Berlusconismo, sempre in punto di morte ma sempre pronto a rialzarsi;  ai discorsi di Grillo, ieri comico d'assalto, oggi leader politico e capopopolo, la cui continuità tra gli attacchi ciechi a giornalisti e cantanti, sempre oltre la satira, e l'attuale attività politica suona come un monito beffardo a noi spettatori disattenti. Spettatori che non si sono resi conto, tra una canzone e l'altra, come gli ultimi trent'anni della nostra storia fossero già tutti prefigurati  su quel palco del 1989.

 

sanremo carrà littizzettoNella spossante prima serata – con il solo intervento della Carrà che già dura quanto un'intera puntata di Fantastico o Pronto, Raffaella? – le canzoni scivolano via tra l'indifferenza più totale, perdendo addirittura il carattere di unicità: i Big in gara ne portano due a testa, una brutta l'altra orribile, tra le quali il pubblico è chiamato a scegliere, nel segno di una sempre più crescente interattività da Tv 2.0, in netto contrasto con il dichiarato allontanamento dalle logiche dei talent show di fatto estromessi dalla kermesse.

 

Già, a Fazioland non c'è posto né per amici né per portatori di X Factor, indice della volgarità di questi tempi marci: il buon Fabio ricerca l'effetto vintage di Anima mia, affidandosi alle ugole d'oro di Renga, Ron e Ruggiero, a quelle sopravvissute al recul du temps della gavetta post reality di Noemi e Giusy Ferreri, al blasone di Cristiano De André e agli outsider della situazione (il redivivo Frankie  hiNRG MC, i Perturbazione) per elevare il suo Sanremo a uno show di rango internazionale, con ospiti raffinati – Cat Stevens, davvero un momento "trova l'intruso" nel mezzo del baraccone.

 

sanremo cavalli pazziUn progetto che frana però di fronte agli omaggi imbarazzanti alla coppia Sordi-Vitti e al varietà tout-court, ossia a una forma di spettacolo della quale si celebra la tradizione pur cercando di mantenersene il più lontano possibile.

Salvo poi risultare molto più popolari, nel senso deteriore del termine, con gli stanchi doppi sensi della Littizzetto o le improbabili performance di Fazio, malgrado la bella Casta al seguito.

Quello con la nostra eredità storica e culturale è un confronto che Sanremo torna a riproporre anno dopo anno.
Riflettendo, proprio come l'insostenibile ritratto, un'immagine prigioniera di un passato troppo grande, di quella bellezza limitante denunciata dai protagonisti di Un été brûlant di Philippe Garrel, che si conferma a distanza di tempo uno degli sguardi più lucidi sull'Italia contemporanea. Un'Italia prigioniera di Cavalli Pazzi e Cavalli in rovina che tornano a solcare il palco dell'Ariston in un loop sempre più angosciante.