SERIE TV – True Detective

Louisiana, 1995. Tra i campi viene ritrovato il corpo martoriato di una giovane prostituta, Dora Lange, lasciato in una posizione inquietante di preghiera, con una corona di corna in testa.  A indagare sono chiamati due detective della polizia statale, Rust Cohle e Marty Hart. Diciassette anni dopo, i due detective, ormai invecchiati e lontano dal lavoro da anni, vengono interrogati sul caso e sul possibile ritorno all’opera del “loro” serial killer.

Alternandosi tra due piani temporali opposti, tra i larghi paesaggi di una terra afosa malata e l’asettica stanza degli interrogatori di una banale stazione di polizia, si svolge True Detective, la serie evento della stagione. La Hbo, la rete paladina della cosiddetta “Tv di qualità” (suoi anche prodotti altissimi come The Wire, I Soprano e Boardwalk Empire), ha lanciato lo scorso inverno la serie, creando un vero e proprio fenomeno planetario. Affidandosi a Nick Pizzolatto, giovane scrittore noir autore del fortunato romanzo Galveston e gli script di qualche episodio di The Killing, la rete decide di entrare di prepotenza nel puro noir torrido. La significativa scelta del titolo e la successiva decisione di rendere la serie antologica (ogni anno una nuova storia, con nuovi protagonisti), dimostrano che lo scrittore di New Orleans, piuttosto che alla serializzazione classica o al franchise cinematografico, guarda alla distribuzione della letteratura di genere, tra fumetti pulp e romanzi gialli, con quel True Detective che molto ricorda le serie editoriali come il nostro Giallo Mondadori.  Insieme al suo compagno d’avventura Cary Fukugawa (Sin Nombre, Jane Eyre), regista di tutti e otto gli episodi, Pizzolatto sembra mettere in scena tutto l’immaginario cinematografico e televisivo dei suoi anni gioventù, al solo fine di demolirlo in un lungo omaggio distruttivo. Il serial arriva cosi a guardare alle atmosfere esoteriche lynchiane di Twin Peaks o ai lavori di maestri del genere come Michael Mann e David Fincher (tantissimi i riferimenti a Seven e Zodiac). Persino il topos della coppia di sbirri da buddy movie, pilastro del cinema action, viene qua virato all’acido, con una coppia di detective legati da una comune ossessione più che da una stima e una simpatia reciproca. La scelta programmatica dello sceneggiatore è cristallina. In otto episodi l’attenzione e le forze degli autori si riversano quasi totalmente nella costruzione capillare e dettagliata di una narrazione coerente e solida. Lenta e implacabile, la storia delle indagini di Cohle e Hart, delle loro vite sempre più distrutte e del progressivo disfacimento del loro rapporto, procede senza scosse o colpi di coda. Rifuggendo facili effetti speciali narrativi e puntando sempre alla scelta più giusta (anche se meno clamorosa) la penna di Pizzolatto (e di conseguenza la cinepresa di Fukugawa) ha il coraggio di restituire una grande storia al proprio pubblico.  

Molti dei meriti vanno anche alle prove viscerali dei due protagonisti. Woody Harrelson e il sempre più monumentale Matthew McConaughey regalano ai loro eroi dolenti un’aurea mitica e ancestrale. Se l’evoluzione cristologica e metafisica del Cohle di McConaughey, supportata da un’interpretazione tirata e nervosa, è stata la più appariscente e attraente, non dovrebbe passare in secondo piano l’altrettanto grande prova dell'Hart di Harrelson, poliziotto stimato dai colleghi e padre di famiglia, simbolo vivente dell’ipocrisia dei good cops. Il loro legame viscerale e il loro progressivo disprezzo, sono lo specchio di un ambiente velenoso, dove tra lagune malsane e periferie degradate, l’Uomo entra in contatto con il Male. L’azzardo di un prodotto cosi profondo, realizzato con una maestria e uno sforzo produttivo non indifferente (dove ognuno fa il proprio lavoro con eccellenza) è stato ripagato da un successo incredibile. Una vittoria nata sulle ceneri della ricerca del Re Giallo e che ha già scatenato un’attesa spasmodica in attesa del prossimo capitolo di questa Pastorale Nera Americana.