SPECIALE "FATHER AND SON" – Il Tempo è Sentimento

"Non credo sia una questione di tempo”.

Ma che dici! Per un bambino è solo una questione di tempo!".

E sì, proprio come per il cinema. Ogni inquadratura di Hirokazu Kore-eda è un fragile cristallo di tempo che balena nel (nostro) presente, come una scheggia di vita aperta al futuro mentre fa i conti con un doloroso passato. Camminando ancora, Still Walking, scontrandosi con il desiderio, I Wish, inseguendo altri punti di vista, Air Doll, imponendo al cinema una sincerità disarmante, Nobody Knows. Un’etica registica incrollabile, uno sguardo rispettoso e testimone della vita di ogni persona/personaggio che inquadra/crea, con un’evidente predominanza di campi lunghi e medi: quel pudore registico, sempre un passo indietro rispetto ai personaggi, che eredita da Ozu e che lo fa apparire come il cineasta giapponese contemporaneo più “tradizionale”.

Like Father Like Son, adesso. Lo scambio di neonati nel passato, la scoperta casuale nel presente, un figlio che senti tuo ma che non ha il tuo sangue. Nel futuro. Ed è tutto così dannatamente complicato perché il (frat)tempo che ha creato l’amore impone ora un abissale dubbio etico: chi è mio figlio? Quello che ho cresciuto o il sangue del mio sangue? Un cinema che riesce ancora a configurare il tempo (della vita) solo con le immagini: l’acqua cristallina che scorre e riflette nella scena struggente al lago, dove tra i forzati sorrisi dei quattro genitori si consuma il dramma dell’abbandono, il trauma che devierà i destini dei loro figli, in un tempo dilatato che si blocca improvvisamente nel freeze frame. Una fotografia, l’autoscatto, tutti nel “quadro”.

Figli scambiati e nuovi legami. Ma cos'è la "memoria" per Kore-eda? E’ proprio quell'immagine che ha fissato il tempo, facendo però detonare il sentimento nella dialettica con altre immagini. Nel cinema. Perchè quella fotografia al lago ne nascondeva molte altre, sempre nel freddo “dispositivo”, la fotocamera di Ryota. Immagini scattate precedentemente dal piccolo Keita, immagini vive che ritraggono “suo padre” al di là di tutto. Al di là dei legami di sangue o delle tradizioni familiari.

Del resto “le larve, da ninfe, ci mettono 15 anni a diventare cicale” dice un entomologo, “così tanto?” risponde Ryota. “Per lei è veramente tanto?”, ribatte stupito l'altro. Il freddo e razionale Ryota, alla fine, non potrà che cedere al tempo di Keita, guardando tra le lacrime le fotografie che il ragazzino ha scattato con immenso e silenzioso amore poco prima dell’abbandono. Immagini che hanno richiesto un lungo tempo, quello del nostro film (quello del cinema, quello dei bambini…) per essere scoperte e vissute. Lo stesso lunghissimo tempo – truffauttiano, sì, Antoine Doinel still walking – dell'infinita camminata finale di Keita e Ryota, su due sentieri paralleli che improvvisamente s’incontrano in un abbraccio presente. Straordinaria, semplicissima, straziante configurazione di un evento che schiude un’immensa complessità sentimentale, cristallizzando in un singolo frame il passato e il futuro di queste due persone.

Il sentimento, insomma, è nascosto nelle pieghe delle immagini. Nei disaccordi, nel disordine del mondo, in quelle distonie temporali che paradossalmente le rendono vive: "o my God!". Il cinema è proprio quell’attimo, un contatto, un frame invisibile, come la vita…  e Hirokazu Kore-eda continua a (farci) vivere nelle sue semplici e sublimi immagini.