Star Trek: Picard – Stagione 1

Jean-Luc Picard è il personaggio che più di tutti potrebbe assurgere a guida morale dell’universo utopico concepito da Gene Roddenberry. Dopo i fasti della mitica Next Generation (1987-1994) e quattro lungometraggi cinematografici, l’avventura del leggendario capitano sembrava ormai volgere al termine. Nel 2002 il sonoro flop di Nemesis segnava l’effettiva pietra tombale per Picard & co. In televisione, intanto, il prequel Enterprise veniva cancellato alla quarta stagione gettando un’ombra sul futuro del franchise. Il resto è storia nota: nel 2012 il re Mida di Hollywood, J.J. Abrams, colonizzava l’immaginario di Roddenberry con un reboot che era insieme sequel e prequel della saga. Star Trek tornava a nuova vita, rischiando però di perdere la sua unicità. Il senso dell’ignoto – vero cuore del mito – cedeva il passo al rompicapo quantistico, alla citazione a specchio, al viaggio nel tempo e nello spazio con un pizzico di humour (Simon Pegg) e un po’ di guerre stellari: praticamente un brand! Non a caso Abrams sarebbe passato molto presto al lato oscuro della forza. Il passo successivo fu l’acquisto da parte della CBS dell’intero franchise. Uno degli uomini forti di Abrams, Alex Kurtzman, firmava un contratto di cinque anni per espandere l’universo – già mastodontico – di Star Trek. Nasceva così Discovery, tutt’ora in corso, ennesimo prequel ambientato dieci anni prima delle avventure di James T. Kirk. Star Trek continuava a tornare indietro, più interessato alle origini della saga che alla sua effettiva espansione. Intanto però nel 2018, in piena moda revival, arrivavano le prime voci su una nuova serie tutta incentrata sul ritorno del nostro amato Jean-Luc. Siamo alla fine del 2300, circa vent’anni dopo gli eventi di Nemesis. Star Trek non si era mai lanciato così in avanti: l’aspettativa era alle stelle, il pericolo altissimo.

Dieci episodi costruiti intorno allo splendido ottantenne Patrick Stewart: Picard è il motore dell’azione e non poteva essere altrimenti. Si ha l’impressione che, forse ancora di più rispetto al passato, Jean-Luc sia l’alter-ego dell’attore britannico. Stewart siede al tavolo degli sceneggiatori, produce la serie, modella il personaggio e la narrazione chiaramente su se stesso e sulla propria visione del presente. Parla della Brexit e di razzismo, dei democratici e dei repubblicani, di Donald Trump e dell’Europa, del terrorismo come veicolo di paura e di un’Occidente a rischio collasso: fa della fantascienza il genere privilegiato per raccontare il presente, in puro stile Star Trek. Ma al di fuori delle ovvie analogie, questo film lungo dieci ore delinea gioie e tribolazioni di un grande vecchio con tutti gli acciacchi e le noie della senilità. L’aspetto più sorprendente è l’assoluta calma che Michael Chabon e il suo team creativo si prendono per raccontare l’antefatto. Mentre Discovery è libera di volare e cadere a velocità curvatura, il ritmo di Picard è orgogliosamente diluito, rallentato, pieno di esitazioni e sospiri. Lento, per usare il termine più diffuso in rete. E questa lentezza ha tutto il sapore di un atto di rivendicazione: Star Trek: Picard insegue i tempi morti dell’ex ammiraglio ritirato nella vigna di famiglia in Francia. La Flotta Stellare è un ricordo lontano e doloroso. Picard è un uomo diverso rispetto alla leggenda che avevamo imparato ad amare: il simbolo stesso della Federazione, quel magnifico individuo dai saldi valori morali, arranca deluso in un mondo che non riconosce più. La Flotta Stellare venne meno ai suoi principi quando anni prima sospese l’evacuazione del pianeta Romulus a causa di un attacco terroristico da parte dei sintetici. La stessa Flotta Stellare che ha rappresentato il miraggio dell’organizzazione galattica illuminata e pacifista, attenta a rispettare i limiti della Prima direttiva, a tutelare le minoranze, ad evitare i conflitti: un’avveniristica democrazia interplanetaria. Cosa rimane di quella Flotta? Che significa: cosa rimane di Star Trek? Perché non si riesce ad immaginare più una fantascienza ottimista in grado di opporsi alle inquietanti distopie che turbano il presente?

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Il peso di questa domanda è il vero conflitto della serie. Se diamo per assodato che Picard è Star Trek, allora il tema del rimorso non poteva che essere il nucleo centrale del racconto. Tutto ciò che è venuto dopo la serie classica ha affrontato il conflitto con un padre ingombrante. Continuare Star Trek significava uccidere l’uccello della Galassia o perlomeno la sua visione. Questo lo sapeva Rick Berman ai tempi di Deep Space Nine, lo sapeva J.J. Abrams, lo sanno oggi perfettamente Kurtzman e Chabon. Ma è Picard la prima serie che tematizza il rimorso facendone il suo catalizzatore. Questi dieci episodi sono progettati alla stregua di un viaggio interiore che parte dalle ceneri di un paradiso da riedificare tassello dopo tassello. Se appare chiaro come anche Star Trek non possa più educare il presente ma esserne un’emanazione diretta, appare con altrettanta evidenza come l’ultima frontiera non sia più l’ignoto ma ciò che abbiamo conosciuto, amato e poi perduto: Star Trek stesso. Jean-Luc deve ritrovare Picard, Star Trek deve tornare là dove nessun uomo è mai giunto prima.

Se Roddenberry cinquant’anni fa partiva dall’utopia come presupposto narrativo, la squadra di Chabon ne fa l’obiettivo, la fine e il fine del viaggio, il miraggio da inseguire oltre le stelle. Bisogna varcare le soglie del tempo e dello spazio, come in uno specchio oscuro: ecco dunque il cubo borg ridotto a rovina fatiscente – simbolo di un orrore che ha perso tutta la sua magia; i romulani giustizieri intergalattici che preparano un genocidio a causa di antiche credenze mitologiche; la Federazione omertosa e silente che ha dimenticato la sua vera identità; gli eroi di una volta ritirati a vita privata in una lunga elaborazione del lutto; l’intelligenza artificiale che supera se stessa e rivendica il proprio diritto di esistere in perfetta continuità asimoviana. E al centro un ex capitano che, come la saga di cui fa parte, deve affrontare una profonda crisi interiore alla ricerca di un nuovo corpo per continuare a vivere. In questo lungo viaggio la nostalgia non funge da mero pretesto per la gioia dei fan, ma articola un discorso preciso e dolente sul tempo che passa, sul tentativo disperato di tornare se stessi, differenti ma uguali: ricercare una nuova vita senza perdere la propria identità.

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Certo, si possono imputare diverse mancanze alla serie: i nuovi personaggi non possiedono la statura delle icone (come potrebbero?), la trama orizzontale si rivela fin troppo farraginosa, alcuni snodi narrativi risultano arzigogolati, i romulani rischiano di cedere alla macchietta e i sintetici di risultare hippy fuori dal tempo. Il ritorno di Sette Di Nove sembra troppo pretestuoso e alcune morti (anche di personaggi amati) fanno più Trono di Spade che Star Trek. Tutto questo però è il contraltare ingenuo eppure necessario di una fantascienza intimista che mette al centro l’umanità. In mezzo, come sempre, ci sono i sogni e – tra i sogni – ce n’è uno più bello di tutti gli altri: la ricerca incessante di un resto, il segno di un amico che non c’è più. Data, l’androide più amato del piccolo schermo, la macchina che più di ogni cosa sognava di diventare un uomo vero, proprio come Pinocchio. Morto, eppure ancora vivo. Sulle tracce dell’ufficiale si risvegliano sentimenti ormai assopiti, finendo per ritrovare Star Trek. Tornare a parlare di humanitas nel 2020, del resto, non è cosa ovvia: la grande lezione di Picard è insegnarci che l’umanità si impara, insieme alla dedizione, alla cura, alla gentilezza. Il suo viaggio culmina in una stanza – proiezione fuori dal tempo e dallo spazio. In quest’interno si pronunciano le parole mai dette, si ritrova la propria famiglia e la morte diviene finalmente l’ultima frontiera, unica legittimazione dell’essere umano. In quella scena risiede il cuore pulsante di una fantascienza privata, struggente e troppo spesso dimenticata: tornano alla mente, uno dopo l’altro, il sogno di Jodie Foster in Contact, la favola di Collodi e il finale straziante dell’A.I. spielberghiano.

Un’ultima, generosa visione da cui destarsi senza più smettere di volare. L’avventura continua, come sempre. Nella speranza che questo nuovo Paradiso diventi l’habitat regolare della serie e non venga di nuovo perduto. Il capitano, con afflato shakespeariano, può finalmente dire la parola più amata: “Engage!”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.43 (7 voti)