Stringi i denti e vai!, di Richard Brooks

Terzo e ultimo western del cineasta statunitense, è raccontato il ritmo incalzante di una gara sportiva, ma è anche crepuscolare e ha un finale che lascia il segno. Attori in grandissima forma.

Quanto era insolente e libero il western statunitense negli anni ’70. Violento e picaresco, strafottente e trascinante. Soprattutto quando un cineasta solido come Richard Brooks reincarna il suo cinema attraverso lo spirito del decennio. In ognuno dei tre western diretti che il cineasta statunitense ha diretto nella sua carriera, entra in gioco sempre un compito che i protagonisti devono portare a termine: la caccia dei bisonti di L’ultima caccia (1956), i quattro uomini che devono liberare la moglie di un uno ricco rapita da un rivoluzionario messicano in I professionisti (1966), la corsa di resistenza a cavallo per 700 miglia dove partecipano, tra gli altri  due cowboy amici reduci dalla guerra ispano-americana (Gene Hackman e James Coburn) e un ex-prostituta (Candice Bergen) in Stringi i denti e vai!. Ognuno di questi tre film rispecchiano in pieno il periodo in cui sono stati realizzati: la posizione filo-indiana del primo film, la classicità e la malinconia di un genere al tramonto del secondo, le esigenze del singolo che prevalgono sullo spirito di gruppo nel terzo.

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Stringi i denti e vai! è raccontato con lo stesso ritmo di una gara. Del resto Brooks ha cominciato la sua carriera come giornalista sportivo e ha scritto all'”Atlantic City Press Union”, al “Record” di Filadelfia e al “World Telegram” di New York. E l’azione è filmata già in modo modernissimo come nel precedente Il genio della rapina (1971) dove il cineasta dimlostra di essere tra i registi, con Don Siegel e John Huston, che si sono reincarnati meglio nel nuovo cinema americano.

Il paesaggio in Stringi i denti e vai! diventa determinante. La fotografia di Harry Strandling esalta il rapporto del personaggio con lo sfondo: il deserto in campo lungo dove esplode un bianco accecante, la cavalcata con il tramonto alle spalle. E soprattutto, in quello spostamento on the road dove la strada non finisce mai e si sente tutta la fatica fisica della gara nelle scene con i cavalli sulle rocce, in ogni primo piano di Gene Hackman, James Coburn, Candice Bergen c’è tutto il loro vissuto.

Stringi i denti e vai! ha accelerazioni improvvise, come nella scazzottata in coppia di Hackman e Coburn che richiama la sintonia e l’amicizia tra Paul Newman e Robert Redford di Butch Cassidy, ma poi può rallentare all’improvviso come in quella strepitosa corsa dei cavalli in ralenti tra il cowboy interpretato da Coburn e il giovane arrogante (Jan-Michael Vincent) dove Strandling crea una ipnosi da cinema muto. E diventa anche crepuscolare: Ben Johnson, nei panni di un cowboy acciaccato racconta che per “lui vincere la corsa è l”unica ragione di vita” prima di morire.

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In un cammino segnato dal percorso della ferrovia che segna le tappe Brooks, con impeto liberatorio, alza gli occhi in cielo. Ci sono le nuvole che guarda Gene Hackman, quelle già attraversate da Anthony Mann e poi, in contemporanea con Stringi i denti e vai!, da Pollack in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Malick in La rabbia giovane e moltissimo cinema statunitense tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Lì c’è tutta la voglia del cinema di Brooks di reinventarsi. E l’apoteosi arriva nel finale che lascia i brividi addosso e vede protagonisti, ancora, Gene Hackman e James Coburn. Sì, per gran parte del film hanno prevalso le ragioni del singolo. Ma l’amicizia del cinema di Brooks, in questo squarcio, regala qui una delle sue pagine più belle, grazie anche agli attori (compresa la Bergen e Johnson) che sono in grandissima forma.

 

Titolo originale: Bite the Bullet
Regia: Richard Brooks
Interpreti: Gene Hackman, James Coburn, Candice Bergen, Ben Johnson, Jan-Michael Vincent
Durata: 131′
Origine: USA, 1975
Genere: western

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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