The Last Days of American Crime, di Olivier Megaton

Se si cerca su Google “Rotten Tomatoes 0%”, la lista dei film con le peggiori reviews ne conta poco meno di 50 (quelle con all’attivo minimo venti recensioni, perlomeno), e The Last Days of American Crime è il lungometraggio più recente del poco edificante elenco. Certo, è ancora lontano dal battere il record che detiene Ballistic dal 2002 (con le sue gloriose 118 reviews) eppure questo dystopian-crime-heist movie targato Netflix che vede alla regia Olivier Megaton (Taken 2, Taken 3) sembra sulla buona strada per lasciare un segno permanente nel panorama filmico contemporaneo. Un segno negativo, s’intende.

Se le premesse di una futuribile Nazione Statunitense sul punto di attivare un segnale radio in grado di inibire qualsiasi attività criminale e intenzione criminosa (l’American Peace Initiative) risultano alquanto sfilacciate, la figura del fuorilegge loner Graham Bricke che si staglia sulla scena come un ammasso inespressivo e violento, armato di pistola e tanica di benzina, circondato da corpi smembrati dalle pallottole, sin dall’inizio non porta con sé l’adrenalina, o l’empatia, del racconto. Chi è Bricke, cosa lo smuove, cosa lo motiva? In sostanza: perché fa quello che fa? È arduo capirlo veramente, e non aiutano di certo le divagazioni sul tema, la mancata armonia tra accelerazioni, pause, digressioni. O gli attraversamenti trasversali dei vari personaggi, come il wannabe-gangster Cash (un Michael Pitt che suo malgrado non riesce a dipanarsi dalle falle di scrittura del suo personaggio) che gli sventola davanti la vendetta come scopo finale e definitivo, e la hacker femme-fatale Shelby – tentativo indeciso tra dark lady e partner dell’eroe, sfociato infine in un mal riuscito prototipo di vittima inerme – che lo attira in un gioco di seduzione. È difficile percepire davvero di che pasta questo (anti)eroe sia fatto, attraverso la sequela di incespicamenti narrativi e tecnici dei fin troppo lunghi 148 minuti che sceneggiatori e regista si sono concessi per trasporre su schermo la graphic novel di Remender e Tocchini.

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Se lì il plot partiva da premesse diverse, con l’idea della rapina che incidentalmente si sovrapponeva al countdown di attivazione dell’API, qui l’avvio imminente del congegno appare come motivazione imprescindibile e premessa basilare. Ma a questo punto l’incastro degli elementi non torna. Questo prologo così importante da giustificare una messa in scena dal sentore distopico, con tanto di allarmanti immagini di terrorismo, scene di proteste e guerriglie urbane, panico popolare ed esecuzioni sommarie, non viene però mai del tutto approfondito o spiegato, quanto piuttosto relegato a sciatta scenografia accessoria. Ed è questo uno dei peccati peggiori commessi da The Last Days of American Crime, con la sua sostanziale mancanza di spessore, o meglio, di intenzione culturale sociale o politica, peccato sottolineato oltretutto dall’infelice rilascio a pochi giorni dall’inizio delle George Floyd protests. E non si tratta soltanto della violenza – repressa ribollente esplosiva irrefrenabile inesplicabile- o della pervasività governativa, l’oppressione totalitaria di uno Stato sui propri cittadini, temi sempre caldi (non solo) negli Stati Uniti. A mancare dalla to do list di Karl Gajdusek (Trespass, Oblivion), che firma la sceneggiatura, è una concezione di cosa sia il crimine stesso nel suo status più embrionale e puro. Compreso il misfatto al centro della trama, quello che dovrebbe essere epicentro e spinta centripeta della storia.

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Il complesso farraginoso di tracce e sottotracce, che lo script suggerisce e dipana a piene mani, dilata la narrazione perdendo di vista i suoi punti focali, in primis i personaggi, in un groviglio dispersivo in cui è impossibile non smarrirsi. E questa dispersività, che poi alla conta dei fatti sembra più che altro figlia di una più generale inconsistenza programmatica, trova sostanziale espressione filmica in un assemblaggio che appare sciatto e approssimativo, a volte persino casuale. Scene ridondanti, molto spesso inutili o lasciate lì così, come ammassi di ferraglie prese e poi ributtate con noncuranza. Scelte registiche che esasperano la staticità di dialoghi molto poco brillanti. Il patchwork scoordinato di cliché di genere consunti e abusati. La mancanza immaginativa, che non solo rimanda a una continua sensazione di già visto, ma abbassa il coefficiente adrenalina della visione ai minimi storici. Tutto concorre alla percezione della lungaggine di un film che è logorroico senza in fondo niente da dire. Gli stilemi estetici a cui Netflix ci ha abituati nel corso degli anni – la cura levigata della fotografia, l’inserzione di colori accesi e la compulsiva predilezione per i rimandi vintage – sono presenti anche qui, come un timbro di garanzia, eppure rimane comunque fissa la domanda sul perché sia stato immesso sulla piattaforma un prodotto che sotto tutti gli altri aspetti è così palesemente (e grottescamente) mal confezionato – e, diciamolo pure, non è la prima volta che accade. Sindrome da frenesia produttiva, magari per via dei  sempre più numerosi competitors alle calcagna?

Titolo originale: id.
Regia: Olivier Megaton
Interpreti: Edgar Ramirez, Anna Brewster, Michael Pitt, Sharlto Copley
Distribuzione: Netflix
Durata: 148′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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