The Marvelous Mrs. Maisel, di Amy Sherman-Palladino

The Marvelous Mrs. Maisel esala personalità sin dal titolo, richiamando il bizzarro mondo dello spettacolo degli anni ’60 e immergendo lo spettatore in un’assurda e spassosa versione alternativa di una New York ormai passata. La protagonista, Midge (Rachel Brosnahan), pare quasi una supereroina del suo tempo: sfida apertamente la noiosa quotidianità che era parte della sua vita facendo affidamento al potere dell’ironia e del sarcasmo, liberando la sua famiglia da quel cieco torpore che l’aveva intrappolata. Il tradimento di suo marito frantuma completamente la vita perfetta che si era costruita con abile caparbietà, forzandola ad aprire gli occhi su quel mondo che aveva sempre attraversato con noncuranza. La sua reazione a questo sconvolgimento è qualcosa di peculiare, quasi surreale agli occhi di un pubblico che ormai non comprende più il mondo dello spettacolo decantato dalla serie: si dedica alla stand-up comedy, non senza dubbi e ripensamenti, che le dà finalmente un modo per riscoprire quel lato di sé che lei stessa aveva soffocato fino ad allora. Ciò porta ad un effetto domino in cui il suo viaggio spirituale coinvolge anche le persone che la circondano, stravolgendo la loro esistenza e riesumando la persona che erano prima di arrendersi al flusso delle loro vite, spingendole a cercare sia di riscoprire la loro passione che, al tempo stesso, farla coesistere con chi sono diventati nel corso degli anni. Uno dei punti di forza della serie è proprio la caratterizzazione dei personaggi: non solo per quanto riguarda il semplice sviluppo lineare, ma anche per il suo non volerli lasciare allo sbaraglio, il non accontentarsi di semplici gag o stereotipi che camminano.

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Questo è esemplificato dalla fetta di storyline riguardante i genitori della protagonista, Abe (Tony Shalhoub) e Rose (Marin Hinkle). Partiti come mere caricature, messe sullo sfondo per strappare risate e pressare la figlia, anche loro vengono coinvolti nel percorso di Midge, che li forza a intraprendere a loro volta un viaggio spirituale, venire a patti con la vita e questionare chi sono diventati. Ciò li porta a essere personaggi più complessi e sfaccettati, per quanto mantengano quel lato ignorante e ottuso che li aveva caratterizzati all’inizio.

Ciò si ricollega a una tematica che riguarda la serie nella sua interezza: crescere non vuol dire diventare qualcun altro, abbandonando chi si era prima, ma semplicemente scoprire lati della propria persona che una volta erano ignoti. Midge è cambiata nel corso delle tre stagioni, eppure resta sempre lei: l’evoluzione del personaggio è incorporata nel suo essere in modo talmente naturale da essere quasi impercettibile, lasciando però in bella vista tutti i piccoli modi in cui cresce come persona senza mai rinnegarsi. Lei stessa tocca questo concetto in uno dei suoi sketch, durante la terza stagione, parlando di come femminismo non significa certo odiare il rosa, i vestiti o i bambini. Si può essere femministe e donne in carriera senza abbandonare la propria vocazione di casalinga e madre.

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Ironia come modus vivendi: la comicità non è solo una scelta stilistica ma bensì il motore della serie, usata con irriverenza per spingere i personaggi al di fuori delle loro zone di conforto, mostrare la loro personalità e, nel caso di Midge, darle qualcosa che parte sì come mezzo di sfogo ma che ben presto diventa la sua più grande passione e un potente mezzo per esprimere sé stessa. D’altronde, la passione che ha scoperto essere sua e che ha scosso in modo irreversibile la sua vita non è qualcosa di nuovo. La comicità è qualcosa che ama perché le permette di esprimere sé stessa, mettendo in gioco ciò che è, l’interezza della sua vita e delle sua personalità, senza paura di mostrarsi, senza costruire un personaggio fittizio che renderebbe vani i suoi tentativi. L’onestà è il suo marchio di fabbrica, ciò che la distingue dalla massa di comici troppo pieni di sé per accettare le proprie debolezze, incapaci di ridere dei loro stessi errori – primo tra tutti lo stesso ex marito, così determinato a diventare un comico di successo da aver perso di vista il senso stesso dell’ironia.

Il merito di questo sviluppo naturale dei personaggi non va solo alla forza della serialità episodica, che ci ricorda ancora una volta che i personaggi hanno bisogno di tempo per evolversi, ma anche, e sopratutto, alla scrittura sagace di Amy Sherman-Palladino, con l’appoggio del marito Daniel Palladino, resa nota dal bizzarro mondo della serie degli anni duemila, Gilmore Girls (Una mamma per amica). Marchio di fabbrica dei coniugi Palladino sono i riferimenti di cultura Pop utilizzati in momenti spesso fuori luogo, portando a battute più originali e divertenti. Ma se in Gilmore Girls si imparava tanto di cinema, musica e letteratura, partendo da citazioni su Rosemary’s Baby, i Joy Division, Sylvia Plath, Patti Smith fino a personaggi culturali importanti come Christiane Amanpour e Madeleine Albright, in The Marvelous Mrs Maisel l’attenzione è tutta sui comici del passato: i cantanti dei locali, i jazzisti e musicisti dell’epoca, persone come Redd Foxx, noto per la sua commedia provocatoria negli anni ’50 e ’60 prima di recitare nella sitcom Sanford and Son, e all’occorrenza citazioni ad altrettanti nomi femminili altisonanti come Jane Jacobs, attivista e antropologa, Elizabeth Taylor e la sua vita sotto i riflettori, Katharine Hepburn e Kim Novak, attrici, la seconda delle quali viene addirittura interpretata e mostrata per una manciata di secondi. Oltre che al decantamento dell’umorismo, entrambe le serie di culto di Amy Sherman-Palladino sono costruite attorno a un altro valore indispensabile per le rispettive protagoniste: l’amicizia, declinata soprattutto in chiave di solidarietà femminile.

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Tra Gilmore Girls e The Marvelous Mrs. Maisel, tuttavia, vi è un abisso. Si potrebbe anche riprendere il discorso fatto sull’evoluzione dei personaggi in Mrs. Maisel: lo spirito è rimasto lo stesso, la scrittura sagace di Palladino è sempre quella, il suo punto di vista prettamente femminile e amore per i monologhi, nonché la sua creatività nel realizzare mondi chiusi e bizzarri, quasi fantastici nella loro assurdità, persiste in entrambe le sue creazioni; Mrs. Maisel, però, pur mantenendo fondamentalmente quelli che erano i punti di forza della serie che l’ha preceduta, si espande, porta il palcoscenico su un altro livello, risultando più come una serie completa e rifinita rispetto al flusso di idee e umorismo che contraddistingueva lo show degli anni 2000. Le migliorie di Mrs. Maisel comprendono anche la tecnica e l’estetica: partendo da una regia perfettamente dinamica, che accompagna i lunghi dialoghi e ci gira intorno, arrivando quasi a realizzare vere e proprie coreografie, fino alla realizzazione filologica di costumi e ambienti dell’epoca, che rendono alcune inquadrature simili ad autentici quadri sprizzanti di colore. A dispetto del paesino di provincia fittizio ‘Stars Hollow’, qui abbiamo una New York sfavillante e mondana, che esprime il suo fervore tramite la moda e le diverse espressioni culturali.
La sensazione che ne risulta è quella che i personaggi siano sempre parte di un musical degli anni ’60, anche quando vivono la loro quotidianità.

A fare la differenza nella serie tv è proprio il tipo di umorismo, punto di forza dello show: una comicità politicamente scorretta che va dal sesso alla comunità ebraica, dal prendere in giro la vita dei newyorkesi al deridere le differenze culturali. Lo jewish humor è di casa e chi è abituato al cinema di un Woody Allen, pregno di una comicità caustica, non avrà problemi ad adattarsi a questo tipo di ironia. Il climax drammatico è in realtà comico: come viene sottolineato in questa terza stagione, dopo una vagonata di nomi di comici importanti, come Bob Newhart, o Lenny Bruce, è Charlie Chaplin quello che salta fuori dal cilindro alla fine, colui che ha saputo estrapolare la comicità dalla tragedia, come a voler sottolineare che una non può esistere senza l’altra.

Amy Sherman-Palladino non ha aspettato la nascita del movimento #metoo: scriveva delle donne e per le donne già più di vent’anni fa. Ma sebbene si tratti di un punto di vista femminile, The Marvelous Mrs. Maisel non è un’opera prettamente mirata alle donne. Con i suoi 16 Emmy Awards e i suoi 3 Golden Globe, Mrs. Maisel è d’obbligo in questo periodo storico in cui il mondo dello spettacolo è chiamato a ripensare in toto al ruolo della donna nello show-biz. La signora Maisel supera i cliché del femminismo. Sia Midge che Susie (Alex Borstein) – la sua manager – incarnano infatti aspetti fondamentale diversi del femminismo ma comunque capaci di coesistere. Susie è rappresentata come il maschiaccio, che si mimetizza con l’ambiente prettamente maschile in cui vive; Midge invece percorre a testa alta la via dell’auto-affermazione, sbaragliando qualsiasi considerazione stantia e superata, ed è grazie a lei se Susie inizia a sua volta ad alzare la testa e mirare in alto. Midge è un’icona rivoluzionaria, che riesce a essere all’avanguardia semplicemente essendo sé stessa, simbolo del femminismo più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare da un ex casalinga dell’Upper West Side degli anni ‘50.

“You’re so pretty: why comedy, can’t you sing?”
Se sei una donna non puoi essere divertente. Se sei madre non puoi fare la comica. Se sei bella e sali sul palcoscenico puoi solo essere una cantante. Nonostante sia ambientata negli anni ’60, La signora Maisel è la moderna battaglia per la conquista del palcoscenico da parte delle donne, confermandosi nella terza stagione decisiva e determinata a portarla avanti parlando e ascoltando, proprio come si fa nella stand-up comedy.

 

Titolo originale: id.
Regia: Amy Sherman Palladino, Daniel Palladino
Interpreti: Rachel Brosnahan, Alex Borstein, Michael Jonathan Zegen, Tony Shalhoub, Marin Hinkle, Jane Lynch
Distribuzione: Amazon Prime Video
Origine: USA, 2017-19
Durata: 57’ minuti circa (ogni episodio)
Stagioni: 3
Episodi: 18

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.9

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.83 (6 voti)