The Mauritanian, di Kevin Macdonald

Presentato a Berlino e in arrivo su Amazon Prime Video il film non riesce a far comunicare mai veramente le diverse cornici che fanno da imbuto al racconto degli orrori di Guantanamo

Come amiamo continuare a ripetere, la capacità di costruire narrazioni a partire dal traffico delle informazioni sarà sempre di più la forma delle storie del futuro. Da questo punto di vista, il parallelismo più diretto da fare riguardo a The Mauritanian è quello con il quasi coevo Report di Scott Z. Burns: entrambi i titoli partono da files che smascheravano le tecniche disumane degli interrogatori-tortura messe in atto dal governo e dall’esercito USA all’indomani dell’11/9, pratiche come il waterboarding o umiliazioni fisiche, sensoriali e psicologiche a livelli intollerabili per estorcere confessioni per forza di cose del tutto traballanti e fantasiose.
Il lavoro di Burns opta per un approccio integralista, quasi “ronconiano”, mettendo in scena l’ossessivo lavoro di ricerca tra gli archivi redacted da parte del personaggio di Adam Driver senza alcuna concessione all’epica della quest for the truth, in un film tutto uffici impersonali e mindhunteriane pile di scartoffie. Macdonald imbastisce al contrario per The Mauritanian una macchina assai più ridondante, sulla base del cosiddetto “Guantánamo Diary” mandato per corrispondenza “a puntate” dal prigioniero Mohamedou Ould Slahi all’avvocato per le cause umanitarie Nancy Hollander, e pubblicato nel 2015.

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Mohamedou, il mauritano del titolo, ha passato 17 anni a Guantanamo senza essere mai veramente accusato di alcun crimine: intorno alle sue lettere dal carcere Macdonald, di ritorno in zone vicine a quelle del suo State of play, imbastisce una serie di cornici concentriche che fanno decisamente fatica a comunicare tra di loro. Due linee parallele: l’avvocato Hollander e la sua assistente Shailene Woodley, costrette a leggere i dossier e le missive pesantemente censurate alla luce dei neon delle claustrofobiche stanze blindate sotterranee dove gli States custodiscono questi documenti; e i dubbi dell’ufficiale “dell’accusa” Benedict Cumberbatch. Sono i due lati dell’imbuto attraverso il quale si stringe (letteralmente, con lo schermo che si fa “quadrato”) il focus sui racconti del prigioniero, sedicente adescatore di martiri per l’attentato alle Torri.

È questo per Macdonald il vero fulcro della narrazione: le immagini si affastellano tra i deliri di Mohamedou in cella, le memorie e le allucinazioni dell’uomo attraverso le quali il cineasta ritrova il metodo della sua produzione documentaristica, compresa la volontà di far emergere una certa ambiguità del personaggio in una struttura che altrove, nella rappresentazione di una quotidianità alla fine non troppo intollerabile per il detenuto a Guantanamo, lascia il sospetto di una semplificazione eccessiva. In tempi come i nostri, la sezione dedicata all’effettivo girone infernale di violenze e privazioni subito dal protagonista arriva forse troppo tardi e troppo filtrata per deflagrare realmente (siamo molto distanti dalla gittata di Taxi to the dark side, nonostante Macdonald indugi sui volti dei Presidenti che cambiano durante il decennio di prigionia del mauritano, da Bush a Obama…).

Il ritorno di questo solido cinema civile USA si deve verosimilmente al successo di Spotlight e allo sdoganamento mainstream di pratiche come il data journalism e il fact checking – e infatti la tensione a distanza del rapporto tra Tahar Rahim (ancora una volta profeta dietro le sbarre) e l’avvocato Jodie Foster è il biglietto per i due interpreti verso la stagione dei premi: ma il vero fuoriclasse qui è la montatrice Justine Wright, abituale collaboratrice di Macdonald, che ha vita difficile a tenere insieme tutte le grane, i formati, gli stili e le derive dentro cui il regista imbriglia il suo film.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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