“To Rome with Love”, di Woody Allen

to rome with love
Se, in controluce, appare ancor più evidente la magnifica eccezione di
Midnight in Paris, dovuta in gran parte alla profonda malinconia di Owen Wilson, queste vacanze romane sembrano l’ultimo atto di una deriva continua. Un definitivo suicidio autoriale, vivificato, però, dalla forza esplosiva di una faciloneria giocosa, dell’improvvisazione irriverente

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to rome with loveDopo i viaggi a Londra, Barcellona e Parigi, arrivano le vacanze romane. Puntuali come sempre. E guai a saltare una stagione. Ma se alla fine Woody Allen fosse il terzo fratello Vanzina? È un dubbio che sorge non tanto dall’evidente sgangheratezza di To Rome with Love, dalla pretestuosa fragilità di queste piccole storielle morali, che stentano a ricomporsi in una struttura, quanto dalla stessa evidenza di un’ossessione compulsiva, di una frenesia registica ormai indomabile. Del resto, è proprio Allen a non far alcun mistero del suo horror vacui, costringendo a una candida confessione il suo ennesimo alterego Jerry, regista di opere liriche perennemente fuori tempo. Girare sempre e comunque, pur di non sentirsi morire. Fosse anche una sciocchezza senza pretese. Aldilà di ogni ambizione autoriale vera o presunta, aldilà di ogni risultato.

 

Davvero non sorprende la sconclusionata follia di questo To Rome with LoveÈ da tempo che lo stile di Allen si va facendo sempre più secco ed essenziale, fino ai limiti della brutalità. Microstorie che non ambiscono ad andare oltre il frammento, che rifiutano di scavare nell’umanità di personaggi giudicati e abbandonati senza rimorsi, cesure narrative audaci, vertiginose ellissi, stacchi di montaggio violenti. Ma se tutto questo, fino ad oggi, appariva comunque funzionale a un evidente (e forse imperdonabile) primato della tesi, delle finalità ‘moralistiche’ del racconto, qui si arriva finalmente alla vera e propria deflagrazione del film. Non c’è neanche più bisogno di ripararsi dietro il “basta che funzioni”. E non si tratta di un passo indietro, di una battuta d’arresto, ma di un’evoluzione assolutamente logica e conseguente. È il punto d’arrivo di un disinteresse crescente di Allen per l’opera in quanto tale, il prodotto finito. Riflesso, probabilmente, del suo sempre più incontenibile disprezzo per il mondo, per una (dis)umanità opportunista e autoreferenziale, che si mostra in tutta la sua pienezza nello sguardo carico d’odio di Alec Baldwin (eccezionale, come sempre) per l’insopportabile ipocrisia di Monica, il personaggio di Ellen Page.

 

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Certo, ci sono i segni di sempre, i marchi fabbrica, i tic, le nevrosi, quel gusto per l’assurdo e il limite, che ha ancora il sapore di un amore perduto per le storie e i personaggi (il cassamortaro tenore non è parente dello xilofonista cieco di Broadwy Danny Rose?). Ma alla fine, nella parabola di Leopoldo Pisanello, l’uomo qualunque che conosce un’immeritata fama mediatica, nei piccoli tradimenti della maestrina di provincia, che sogna di trovare il suo sceicco bianco, negli innamoramenti ciechi e facili di Jack/Jesse Eisenberg riconosciamo tutti i limiti, i difetti, le meschinità degli ultimi personaggi del cinema di Allen, da Match Point a Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. E così se in controluce appare ancor più evidente la magnifica eccezione di Midnight in Paris, dovuta in gran parte alla profonda malinconia di Owen Wilson, To Rome with Love sembra l’ultimo atto di una deriva continua. Un definitivo suicidio autoriale, vivificato, però, dalla forza esplosiva di una faciloneria giocosa, dell’improvvisazione irriverente, come nella fantastica scena del ladro d’alberghi, con un impagabile Scamarcio che fa capolino dalla doccia. E perciò non c’è alcun bisogno di costruire sovrastrutture, immaginare riferimenti all’attualità, supporre che dietro questa Roma finta si nasconda una critica al grigiore della Roma vera, inseguire omaggi alla commedia all’italiana, e via dicendo. Non c’è niente da giustificare. Anzi, alla fine è proprio nelle sue disfunzioni che To Rome with Love offre un appiglio per farsi ancora amare. E mette a nudo, una volta di più, tutta la folle fissazione di questo vecchio che continua a girare il mondo per far film. Solo un altro film.



 

Titolo originale: Id.

Regia: Woody Allen

Interpreti: Woody Allen, Ellen Page, Jesse Eisenberg, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penelope Cruz, Judy Davis, Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Riccardo Scamarcio

Distribuzione: Medusa

Durata: 90’

Origine: Italia/USA/Spagna, 2012

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8 commenti

  • L'ho visto iersera. Dopo 50 minuti sono uscito indispettito , impossibile andare oltre- perfetta la recensione.

  • Davvero un Woody Allen sgangherato.Dovrebbe riposare x qualche giro!

  • Non avete capito niente del film, e non solo, ne siete usciti fortemente irritati e scossi forse perché sotto sotto vi siete rispecchiati nell'immagine che Allen dà di noi.

  • non condivido la recensione, il film è l'espressione dello stile di Woody Allen, della sua filosofia esistenziale, non parla solo dei difetti degli italiani, parla dell'uomo in genere, della sua attrazione verso l'irrazionale, del suo rifugiarsi nel sogno, del bisogno di inventarsi la vita per uscire dalla nevrosi e dalla piattezza dell'esistenza. Sceglie Roma come riferimento, perchè l'allusione è alla città eterna, come eterne sono le vicende, sono sempre le stesse problematiche che caratterizzano l'essere umano. il tutto è raccontato con aria benevola, non c'è satira o polemica, ma sottile e poetica riflessione. in questa condizione sono tutti immersi, del resto parte dei personaggi sono americani, anche loro affetti dalle stesse nevrosi. c'è il tema del guardare le storie( il vigile), come dire quasi una sottile invidia per chi guarda le storie d'amore con la consapevolezza della sua vecchiaia.

  • bix o vattelapesca

    apprezzo il commento di marisa, acuto l'accenno su roma (si potrebbe anche dire che roma antica nelle sue stratificazioni venne presa a modello da Freud come immagine stessa dell'inconscio) e anche quello sul vigile, in un'intensità tranquilla di scrittura ('in questa condizione sono tutti immersi') che è raro trovare ormai anche in scritti critici.

  • Sarà che questa 'intensità tranquilla' mi sa tanto di distanza siderale. E che 'l'aria benevola' sembra sempre nascondere un giudizio. Morale? Moralistico? Resta il fatto che il film 'fa difetto'. E probabilmente è il suo pregio profondo

  • Recensione assolutamente non condivisibile, sembra quasi scritta da qualcuno che ha visto il film distrrattamente.La de-cartolinazione della citta, la svelazione del carattere dei personaggi nel corso del film, le storie azzeccate che prendono in giro vizi e manie, tutto questo, insieme all'omaggio al grande cinema italiano che rivelano le varie storie, porta ad un risultato che è uno dei migliori film di Allen. Personalmente mi ha ricordato mlto il primi film di ALlen, per certi versi i migliori del regista. Sicuramente un film che alla lunga sarà ricordato come tra i suoi migliori.Mi dispiace per chi è uscito dopo 50 minuti dall'inizio, si è perduto la parte migliore del film…

  • Secondo me è un film sicuramente diverso da quelli che ha sempre girato, soprattutto per il ritmo frenetico e l'accostamento veloce di sequenze narrative, situazioni descrittive, personaggi, battute… Però io ho trovato molti spunti di riflessione, che anzi sembrano quasi esposti palesemente da Allen… La superficialità e l'egocentrismo di Monica in primis… Non è forse,un personaggio simbolo un po' di tuttala cultura di massa? Fingere di essere intellettuali, intelligenti e interessati all'arte quando in effetti la si sta usando solo come strumento di conquista sessuale… È un rovesciamento della donna che ha trionfato in molti precedenti film di Allen, ovvero la ragazza semplice, genuina e con un reale senso artistico, come Annie in "Io e Annie", ma anche Tracy in "Manhattan"… E il moccolone di uomo che le corre appresso credendo alla sua finzione? Insomma, una critica all'apparire e alla capacità di costruirsi un personaggio…