Ultimina, di Jacopo Quadri

Il ritratto di una ‘ragazza del secolo’, proveniente da un mondo contadino e patriarcale in cui la vita era scandita dalle stagioni. Ultima di nome ma mai di fatto. All’IDFA 2020 di Amsterdam

«Ultimina è elegante e non ha rancori, ma se tornasse indietro avrebbe voluto aiutare le altre donne a non farsi sottomettere».

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Si dice che il nome di una persona ne racchiuda già il destino, nomen omen. È il caso di Ultimina, Ultima Capecchi, “U” per i suoi compaesani, protagonista del documentario di Jacopo Quadri presentato in anteprima all’IDFA di Amsterdam 2020. Nata in una famiglia poveri di mezzadri vicino a Sovana, nella Maremma, è andata a scuola fino alla seconda elementare, istruita appena, ha lavorato senza tregua nei campi e con le bestie. Una ragazza del secolo che ha ha attraversato un Novecento rurale, testimone di un mondo contadino ricco di storie, o meglio, di microstorie, come direbbe Carlo Ginzburg. Da ultima però è stata in grado di rispondere, trovando il modo di farsi rispettare e di non soccombere ad un mondo patriarcale e violento per costituzione. Oratrice infaticabile, erede inconsapevole di quella tradizione popolare del racconto che affonda le radici in tempi lontani, è la depositaria della storia della sua famiglia, della sua terra, e, di riflesso, di un paese intero.

Già presente nel primo lavoro del regista, Lorello e Brunello, visto al Festival del Cinema di Rotterdam ed al Torino Film Festival 35, questa donna, con un modo di affabulare semplice e antico, racconta la sua storia, che poi è la storia di molte donne contadine nel mondo. Lo sguardo che la ritrae è sobrio, antropologico, senza intervenire lascia a lei la parola. Perché se i gemelli agricoltori protagonisti del film precedente non amavano raccontarsi, tanto erano uomini di azione, lei, Ultimina, si dimostra perfettamente a suo agio con le parole, pronta a ricucire le trame delle storie dei suoi avi, dei suoi famigliari e dei vicini, e d’altronde questo voleva dire la parola greca rapsodo: cucire insieme storie. Dai suoi ricordi trapela il ritratto di un mondo rurale al femminile che fu e che non è più, la memoria di una vita rigorosa fatta di tanto lavoro e fatica e priva d’istruzione, dove la violenza di genere dettava la norma; un mondo di padri padroni in cui la vita era scandita dai ritmi delle stagioni e dei raccolti e dove non era facile nascer donna.

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Quadri si dimostra ancora una volta comprensivo, affettuoso nei confronti dei suoi protagonisti – in questo caso della sua protagonista e del suo punto di vista sul mondo – , nel profondo rispetto di un mondo contadino che evidentemente sente a lui affine o vicino, raccogliendo per certi versi la lezione del maestro Ermanno Olmi, ma soprattutto guardando Oltralpe ad Agnès Varda, ed a quell’occhio attento fino alla fine alle istanze del mondo operaio e di quello contadino, quello dei glaneurs e delle glaneuses. Certo, anche nel caso di Ultimina, non sempre è semplice individuare la labile linea che separa la realtà storica da quella ricostruita nella memoria o falsata dalla macchina da presa. Come avrebbe detto ancora una volta Agnès Varda, documentare o documentire?

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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