UNCUT. Sentieri Selvaggi incontra Francesco Zippel

“C’è un interesse crescente per i documentari sul cinema che va di pari passo a quel lavoro di osservazione e recupero che sempre più va facendosi sulla storia del cinema. E’ importante andare il più possibile in profondità con questo tipo di racconto.”

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

Francesco Zippel, regista e documentarista, ha vinto il Nastro d’Argento per il miglior documentario sul cinema ed è stato candidato ai David di Donatello per il suo Friedkin Uncut, un saggio biografico sulla vita e sul percorso artistico di William Friedkin (il regista anticonformista e di culto de L’Esorcista, Il Braccio Violento della Legge e Vivere e Morire a Los Angelesche, come il titolo suggerisce, si mostra in modo integrale, intimo, davanti alla macchina da presa.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Nel documentario, realizzato nel 2018 e presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Venezia-Classici, la vita di William Friedkin non viene solo narrata in prima persona, ma vi è il contributo delle testimonianze di amici e collaboratori, grandi registi e attori che, insieme a Friedkin, riflettono su cosa significa davvero essere artisti e in che modo ciò arricchisce le proprie vite.
Durante l’incontro con Sentieri Selvaggi di venerdì scorso, Zippel ha raccontato con orgoglio di quando ha lavorato con William Friedkin, della sua collaborazione con Wes Anderson, di quanto siano importanti oggi i documentari sul cinema, che reputa rappresentino una sorta di cambiamento rispetto alla considerazione che avevano in passato, e di quanto si senta a suo agio sotto questa veste.

Da anni selezionatore per la Festa del cinema di Roma, Zippel fu da subito impressionato da come Friedkin, il regista di uno dei film più terrificanti nella storia del cinema, potesse essere in realtà una persona divertente e ironica.

“Una delle cose piacevoli della Festa di Roma è quella degli incontri ravvicinati con scrittori, musicisti, attori e registi. Da anni avevamo l’idea di invitare due amici che si stimano tanto come William Friedkin e Dario Argento. Cosi ebbi l’opportunità di conoscere proprio Friedkin. Grazie a quell’occasione mi disse di avere un’idea a cui avremmo potuto lavorare insieme.

William Friedkin chiese a Francesco Zippel di accompagnarlo ad incontrare Padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma, deceduto prima dell‘uscita di quello che dopo sarebbe diventato il documentario di Friedkin, il 16 settembre 2016. “Padre Amorth all’epoca era una figura che mi spaventava non poco”, racconta Zippel. “Io sono una persona più solare e L’Esorcista è un film che mi ha messo molta difficoltà nella sua visione e ha continuato a mettermi in difficoltà anche dopo, quando ho contribuito a fare questo documentario. Ma a volte i progetti filmici possono nascere anche in maniera del tutto casuale.”

L’incontro con Padre Amorth diede vita inaspettatamente ad una bellissima conversazione tra lui e William Friedkin, i quali sembravano quasi due conoscenti uniti da un’ironia, da una sensibilità e da un’intelligenza molto simili.
Padre Amorth rivelò di aver visto molte volte L’Esorcista. Friedkin si rivelò da subito estremamente curioso, facendo immediatamente molte domande sul diavolo e sulla figura di Maria, arrivando addirittura a chiedere a Padre Amorth di poter assistere in chiesa ad un esorcismo e di poterlo anche filmare.

“Friedkin capì che c’era abbastanza spazio per interrogarsi davvero sulla questione, e quindi vedere il documentario come la forma migliore investigativa su cosa ci fosse profondamente alla base di tutto ciò che noi chiamiamo esorcismo. Così si gettò sul lavoro con la curiosità e approccio di un divertito e serissimo ricercatore universitario.”

Per portare avanti il progetto (uscito poi nel 2017 con il nome di The Devil and Father Amorth) in modo approfondito, William Friedkin, sempre accompagnato da Francesco Zippel, incontrò quante più figure possibili che potessero raccontargli ciò che sapevano sulla materia, spostandosi dal campo medico a quello religioso, dalla pratica alla teoria. Per Zippel è stata un’esperienza incredibile e, dopo aver partecipato agli incontri sopracitati e aver appoggiato l’idea creativa del regista, è riuscito a diventare il producer del film, ottenendo la possibilità di seguirne la creazione in ogni suo aspetto e sfaccettatura fino al montaggio finale.

“Al netto della sua grandezza e della sua esperienza, vedere una persona come lui lavorare al montaggio e creare dal nulla, è stato veramente splendido. Ma la cosa bella è stato vedere il suo approccio al cinema, ossia quello di un regista che vede qualsiasi film, qualsiasi possibilità di racconto cinematografico, come un possibile grande documentario.”

Il documentarista ha spiegato che quello di William Friedkin è un cinema che lavora sull’impronta, cioè con qualsiasi attrezzatura e materiale di cui si è in possesso nel momento giusto.

“È stata per me una scuola di libertà, applicata all’arte cinematografica. È stato straordinario e affascinante pensare come un uomo che ama queste cose, estremamente curioso intellettualmente, in una maniera non ossessiva ma costruttiva, nel senso di arricchire questa sua curiosità negli anni, sia rimasto legato a questo tema, quello del male, dell’esorcismo, e l’abbia nutrito nel corso dei decenni di letture, incontri, e non banalizzazioni del tema stesso e l’umiltà con cui lui, in una fase in cui avrebbe anche potuto dedicarsi ad altre cose, si è messo nella condizione di imparare da tutte le persone.”

Il documentario Friedkin Uncut sta viaggiando per il mondo ancora adesso tra rassegne e distribuzioni, venendo presentato anche in altri stati, come la Polonia, e in altri continenti, come l’Australia. “La cosa bella del film in se è che si rivolge ad un pubblico di cinefili, ma anche a persone che di cinema non s’interessano. Perché William Friedkin è un personaggio talmente empatico e simpatico che ha reso il viaggio del film stesso molto felice.”

Locandina ”Friedkin Uncut – Un diavolo di regista”

Francesco Zippel è stato assistente alla regia e fotografo di scena per Wes Anderson in Grand Budapest Hotel nel 2014. Interessante il dualismo sottolineato dal documentarista tra i due importanti e opposti registi, che ha voluto paragonare.

“Wes Anderson, proprio come William Friedkin, potrebbe essere un grande attore nei propri film. Friedkin potrebbe facilmente interpretare un poliziotto nei suoi lavori e Wes Anderson potrebbe recitare accanto a Owen Wilson prendendo il posto di Adrien Brody; d’altronde tutti i personaggi di Wes Anderson sono usciti da quello che è il suo modello. Wes Anderson e William Friedkin sono agli antipodi, uno lavora sull’istante e l’altro controlla ogni aspetto. Anderson tende a controllare tutto il processo creativo di un suo film in una maniera maniacale, portando in scena la famosa simmetria andersoniana. Tende a posizionare gli attori come fossero in un quadro. William Friedkin, invece, non lo farebbe mai. Ma questo fa parte della cifra stilistica di Anderson che appartiene ad un polo opposto.”

L’ospite ha accennato qualche dettaglio sull’attesissimo The Irishman di Martin Scorsese, che sarà protagonista della Festa del cinema di Roma 2019, definendolo come un grande film. Rivela inoltre di quanto sia stato importante nella sua vita professionale poter partecipare ai festival come programmatore e spettatore, potendo così vedere per esempio le opere prime di registi messicani esordienti, che hanno segnato il suo percorso artistico e visivo, e che altrimenti non avrebbe avuto altre occasioni di vedere. Ha concluso l’incontro suggerendo con esultanza al pubblico e ai lettori la visione di due lavori della Selezione dell’imminente 14esima edizione della kermesse dell’Auditorium: il film del regista norvegese André Øvredal, prodotto da Guillermo Del Toro, Scary Stories to Tell in the Dark, e il documentario di Richard Lowenstein Mystify: Michael Hutchence.

“Quando parlo di profondità dico di scommettere sulla possibilità che ci saranno anche persone grandi e importanti disponili a raccontarti la loro versione, la loro amicizia, il loro momento assieme, come è successo anche a me. Questo mi ha dato molta speranza e da questo punto di vista si possono fare racconti molto ricchi perché c’è la voglia di condividere la memoria, che non è solo il grande restauro, ma proprio l’idea di mettere in connessione una traccia che altrimenti andrebbe perduta.”