#Venezia75 – Magic Lantern, di Amir Naderi

C’è un ragazzo che corre, all’inizio. In un magazzino pieno di bobine di pellicole. E in un colpo solo sembra di essere tornati all’universo di Naderi, tra giovani corridori che provano a oltrepassare la barriera del suono. Ma già quell’Heaven, I’m in heaven di Cheek to cheek risuona come un avvertimento, che quasi proviene da un’altra bolla spazio-temporale. Il cinema di Amir non è abituato alle musiche. Ha sempre mostrato una straordinaria attenzione per il sonoro. Ma una vera e propria colonna sonora mai. Eppure, è solo la prima delle violazioni. Del resto, neanche le storie d’amore avevano mai trovato grande spazio, se non sotto forma di immagine di un desiderio, come nel seminale Walking, il cortometraggio del ‘74 che aveva segnato la svolta definitiva di Naderi rispetto alle precedenti produzioni mainstream.

, Magic Lantern è un altro film spiazzante, quasi a voler rimarcare la necessità di una nuova sterzata. Ma in quella corsa all’inizio e nel fatto che proprio Walking venga letteralmente citato dal mistero della mano che si protende dalla porta, ritroviamo i segni di una terra conosciuta. Sono tutte rivendicazioni di appartenenza. È solo che stavolta Naderi decide di riattraversare sotto altre forme le sue ossessioni. In un omaggio letterale del classico, del grande cinema in pellicola nella storia di un’ultima proiezione prima del passaggio in digitale. “Ophuls, Minnelli!” ci urlava ieri Amir in un’intervista. Ma in una specie di struttura wellesiana, un caleidoscopio di specchi in frantumi, riflessi sghembi, accavallamenti inestricabili. Il giovane proiezionista guarda il suo doppio alle prese con un amore improvviso, fatato e fatale, che si rivela subito come una perdita, una mancanza impossibile da colmare. Mentre i fantasmi dei sogni e dei desideri si muovono liberamente tra i muri, da un livello all’altro, dal quadro alla cornice, fuori e dentro gli schermi. Che si raddoppiano, si triplicano, nel vortice dei supporti e dei device, nella moltiplicazione incontrollata della produzione di immagini. È come se Naderi, nel suo salto triplo dalla sala di proiezione fino ai video dell’iphone di Gretchel, attraversasse le ere geologiche della pratica filmica, cercando di adeguare il proprio stile alle varie tappe di evoluzione.

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Cambiano i formati, ma non si esce dal cinema. Il cinema e la passione. La passione per il cinema. Il cinema come unico mezzo di espressione della propria passione. È un circuito elettrico. E Magic Lantern è l’Alice in Wonderland di Naderi, paese delle meraviglie il cui ingresso è nascosto nel buio di un armadio, sta dietro uno specchio o un mascherino da proiettore. È un gioco di scatole cinesi. Come forse sono da sempre i film di Naderi, inchiodati a un’ostinata e furiosa coazione a ripetere. Blocchi di ghiaccio trasportati nel deserto, montagne da buttar giù a picconate, tesori inesistenti da scavare a ogni costo. Così Mitch insegue Gretchel a vuoto per le strade di Santa Monica. La manca sempre, perché nessuno sa chi è davvero. Nel mondo social, nessuno conosce nessuno. E nella gabbia magica che ci inventiamo, tra il cinema, la vita e le foto stipate su un telefono, i fantasmi sono immagini impossibili da trattenere, sono essenze volatili a cui non si può dare un nome. Ma sopravvivono in qualche modo negli oggetti, lasciano nelle cose le tracce del loro passaggio. Allora l’unica possibilità di non farsele sfuggire del tutto, è di crearle e imprimerle, per dar loro la parvenza di una forma concreta. Seppure Naderi tenta di incorporare le ipotesi di uno sguardo alieno, diverso dal suo, non può che rispondere alla propria invenzione. Per lui il found footage non esiste: il cinema è sempre da fare, da tirar fuori concretamente dalla materia grezza del reale, delle cose che sentiamo, incontriamo e vediamo. Almeno tra l’action e il cut, Naderi trattiene il mondo.

Sì, questo è forse un film squilibrato, ma qui si è sempre stati dalla parte dell’eccesso, di chi brucia il suo furore. E la bellezza di Magic Lantern sta nella presenza di corpi e oggetti concreti, “al di là del trucco”, siano essi Jacqueline Bisset o un gabbiano in volo che squarcia la tensione una colluttazione. Sta nel terzo occhio di un tatuaggio e nel miracolo di una scena in spiaggia. Pur se infestato di spettri, minacciato dal suono della morte, la sua magia non è altro che una pratica di vita. Per questo si ostina a durare.

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