#Venezia76 – Incontro con Julie Andrews

Indimenticabili momenti di sorrisi e commozione durante la conversazione con Julie Andrews a Venezia 76. 

Lunedì 2 settembre, l’attrice era salita sul palco della Sala Grande per ricevere il Leone d’Oro alla carriera dalle mani di un emozionatissimo Luca Guadagnino; il giorno dopo ha salutato i giornalisti in sala conferenze e ringrazia sinceramente per l’onorificenza, ultimo traguardo raggiunto in una carriera costellata di riconoscimenti significativi. 

La vincitrice di cinque Golden Globe, due Emmy, tre Grammy, due BAFTA, un David di Donatello e molti altri ancora, detentrice di una stella sulla prestigiosa Walk of Fame hollywoodiana, si mostra al pubblico con la consueta freschezza, spontaneità, eleganza e fierezza. Con la modestia, mai retorica, e la naturalezza di pochi, non risparmia neanche gli aneddoti più personali.

«Buon pomeriggio», esordisce in un perfetto italiano. Saluta la figlia, i nipoti e gli amici seduti in prima fila. Sotto richiesta della moderatrice Giulia D’Agnolo Vallan, inizia subito a raccontare di quando ricevette la visita inaspettata di Walt Disney in camerino, giunto per proporle la parte da protagonista in Mary Poppins (Stevenson, 1964), che le aprì le porte di Hollywood e la condusse all’enorme successo.

Accennando alla sua autobiografia Home Work: A memoir of My Hollywood Years (in uscita il prossimo 15 ottobre), ella ripercorre alcuni dei numerosi aneddoti di quel periodo di lavoro intenso e pieno di soddisfazioni (fu infatti ingaggiata per recitare in Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise nel 1965): come quando bestemmiò davanti a uno sbalordito Walt Disney nel momento in cui venne fatta «cadere come un sacco di patate» per un incidente sul set di Mary Poppins (l’imbracatura che la sosteneva con fili invisibili durante la scena del volo non resse) o la situazione di disagio affrontata durante la ripresa della opening scene di The Sound of Music (l’elicottero su cui stava il cameraman le volava troppo vicino, facendola cadere sul prato ogni volta). 

Nemmeno la “delusione” di essere stata rifiutata per la parte di My Fair Lady (Cukor, 1965), che andò all’amica Audrey Hepburn, riuscì a scoraggiarla: «Non ci si può aspettare di vincere sempre, al tempo ero un’attrice emergente e il successo arrivò tutto insieme, velocemente. Ai giovani d’oggi darei questo consiglio: specialmente dopo un fallimento dovete riprovare, perseverare nel vostro intento; non arrendetevi e vedrete che le soddisfazioni prima o poi arriveranno!». 

Quando le chiedono: «Lei sembra perfetta in quanto essere umano, c’è qualcosa che non sa fare?», risponde ridacchiando «Sono una cuoca terribile!», mentre la figlia annuisce e aggiunge, tra l’ilarità generale: «In compenso sa bestemmiare molto bene e Walt Disney ne sa qualcosa!». 

Una figura all’apparenza così pacata che non la si direbbe tanto intraprendente da cercare di ribaltare i canoni espressivi cinematografici nelle opere realizzate insieme al regista Blake Edwards, suo marito per ben 41 anni. Affrontando temi scottanti, dei veri e propri tabù per l’epoca (purtroppo ancora molto attuali), insieme hanno scardinato le rigide consuetudini che non permettevano di parlare così apertamente e francamente di omosessualità, di transgender, di travestiti.

Dal loro proficuo sodalizio sono scaturite pellicole quali Operazione Crêpes Suzette, Il seme del tamarindo, 10, S.O.B., I miei problemi con le donne, Così è la vita. Ma fu Victor Victoria, uno dei successi più noti, a segnare l’ulteriore svolta professionale di Julie Andrews (che vinse il Golden Globe e il David di Donatello nel 1983); la parte richiese un puntuale lavoro di approfondimento sul linguaggio del corpo, sull’impostazione vocale e verbale degli uomini, per impersonare una donna che si finge un uomo che a sua volta calca le scene travestendosi da donna. Proprio tale capolavoro del 1982 è stato proiettato dopo la cerimonia di premiazione della Andrews a Venezia, «la città privilegiata e speciale in cui la gente sa godersi la vita» («Vorrei che il mondo fosse un posto così», ha ammesso in conferenza stampa).

Alla provocatoria domanda finale «Crede che la magia di Mary Poppins potrebbe funzionare nel mondo di oggi?», la diva risponde ottimisticamente: «Spero di sì, amo vedere il bicchiere sempre mezzo pieno».

Stavolta quel calice è colmo sino all’orlo e al di là di esso le sorride una splendente statuetta dorata a forma di leone.

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