1048 Lunes, di Charlotte Serrand

Presentata al Laceno d’Oro la magnifica opera prima di Charlotte Serrand, che ricrea l’atmosfera delle isole greche in un film che trasforma l’attesa in un gesto di emancipazione delle donne in attesa

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Prendendo spunto dalle Eroidi di Publio Ovidio Nasone, Charlotte Serrand sposta il punto di vista del mito di Ulisse sul lato femminile, le mogli preoccupate dei loro uomini andati in guerra, amiche di lutto, vedove di mariti ed amanti, la parte lasciata sempre in disparte, trascurata, in attesa. Il controcanto di Penelope (Françoise Lebrun, indimenticabile protagonista del capolavoro di Jean Eustache, La maman et la putain) affacciata ad una finestra sul mare, insieme a quello delle altre donne, diventa un gesto di emancipazione, e dai versi del poeta muove i corpi in un ambiente selvaggio in sospensione tra sogno e realtà. 1048 sono i cicli lunari, il tempo di trovare la consapevolezza, e disfatta la tela di un’esistenza intrecciarne un’altra meno brechtiana, di assumere finalmente il ruolo di eroina e diventare artefice del proprio destino. Le scogliere della Bretagna prendono le sembianze di un’isola greca in stato d’assedio, immagine delle anime tormentate, ombre che vagano vicino al mare mentre le onde oceaniche assorbono i vincoli temporali e gli elementi, l’acqua, la terra, gli alberi, con la loro maestosità hanno il dominio dei sensi. Eccitati dalla luce dell’alba, piena dei colori di una fotografia meticolosa e la resa estetica che riflette la psicologia dei personaggi sul ciglio di una rinascita.

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Nel film si opera lentamente una mutazione silenziosa, le pareti e gli spazi si dilatano dai pensieri e dalle parole lo spettro si apre su infiniti mondi. Quindi l’ali sicure all’aria porgo né temo intoppo di cristallo o vetro: ma fendo i cieli, e a l’infinito m’ergo. E mentre dal mio globo a l’altri sorgo, e per l’etereo campo oltre penétro quel ch’altri lungi vede, lascio a tergo, direbbe Giordano Bruno. Le figure si perdono nel rumore dei passi e delle acque che si infrangono incessanti sulla costa, tornano ad essere fantasmi e spariscono inghiottite nel fuoricampo di un bagno rituale, tiene a battesimo un cambio di prospettiva per il futuro, scrutano l’orizzonte nei moti del cielo e negli astri luminosi pieni di speranza. Girato in dieci giorni, 1048 lune è un’opera prima di straordinaria potenza visiva, alla quale affianca una rivisitazione della tradizione in chiave contemporanea contaminando la scena del delitto di oggetti elettronici. Qualcosa muore, muoiono i pregiudizi, muore l’antico costume di una donna dentro un’ottica domestica, e qualcosa prende il suo posto, una figura libera ed indipendente nelle scelte. Uscito nel 2017, praticamente nel periodo in cui il Mee too saliva alla ribalta, riesce ad essere un precursore radicale del movimento adottando lo stile classico senza pesi ideologici, dentro l’armonia apollinea di fugaci battiti del cuore. Pressochè privo di trama, si struttura come un plastico diario emotivo immerso nella natura, totalizzante, che azzera le distanze prima di appiccare un fuoco purificatore, e dai residui e dai cocci del passato chiama a raccolta il coraggio di compiere una rivoluzione.

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