#CinemaRitrovato 2021 – Romy Schneider. L’immagine ritrovata

La retrospettiva riconsegna l’immagine più vera dell’attrice, lontana dall’etichetta di principessa sullo schermo e nella vita, attraverso un percorso tormentato che molto deve a Visconti e Sautet

Per il pubblico ero Sissi, per i produttori ero l’incarnazione della dolce e innocente Altezza Imperiale […]. Ovunque vedevano in me solo Sissi e mi trattavano di conseguenza. A quanto pare ero la sola a sapere che non ero Sissi.

Lo confesso: sono cresciuto con l’immagine di Romy Schneider nelle vesti imperiali di Sissi, immancabilmente trasmesso ogni anno sulla Rai. Come possa un solo ruolo incidere a tal punto sulla vita non tanto professionale di un artista quanto sul suo privato è qualcosa che si scontra con la sensibilità della persona stessa e su un’accettazione più o meno consapevole del sistema. Il Cinema Ritrovato, nella sua ricchezza di programma e di intenti, “il restauro, la ricerca, la relazione tra passato e presente”, è un nutrimento indispensabile di cui ogni anno non si può fare a meno perché è una continua scoperta che mette in moto pensieri e riflessioni, nuovi sguardi.

Non a caso l’immagine guida di questa XXXV edizione, opera di Rotunno, è tratta da Il lavoro di Visconti, episodio del collettivo Boccaccio ’70. Al regista spetta il primato di aver dato una valenza diversa al corpo di Romy, mettendo in luce il suo potenziale artistico. Fu Delon a presentarli. All’epoca l’attrice parlava un pessimo francese e, cosa più importante, non aveva una preparazione teatrale. Pur essendo lontanissima dall’idea di attore di Visconti, il regista le assegna il ruolo da protagonista insieme a Delon in Peccato che sia una sgualdrina, opera sull’amore incestuoso tra due fratelli che debutta al Théâtre de Paris il 29 marzo 1961.

L’anno successivo è appunto la volta del cinema sempre come protagonista, accanto a Tomas Milian. Schneider interpreta Pupe, una donna dell’alta società milanese viziata, snob e con velleità artistiche che esibisce per noia. Un ruolo maturo, forse non propriamente adatto, che però le permette di compiere uno scarto netto da una bellezza giovanile e romantica a una bellezza algida e apparentemente inscalfibile di fronte ai copiosi tradimenti del marito conte sbattuti sulle prime pagine dei giornali. Visconti si serve di questo personaggio per mettere alla berlina un mondo di lussi e assurde ostentazioni in cui i matrimoni sono pura convenzione – “non creda che sposandomi avrei abbattuto le barriere dell’incomunicabilità”, dice Pupe a uno degli avvocati. La situazione viene spinta fino all’estremo della beffa quando la donna decide che è arrivato il momento di trovarsi un lavoro per placare la sua “angoscia” e diventare una persona “banale” con una vita ordinaria. I personaggi di Visconti inseguono una realtà che non appartiene davvero loro e alla fine Pupe crolla all’idea che il marito possa pagarla per fare l’amore. È in questo frangente che il personaggio si avvicina alla persona, quando le due immagini non vogliono coincidere e l’una emerge sull’altra.

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Dopo la prova convincente con Visconti Romy non faticherà a entrare in ruoli complessi e contradditori, anzi sarà lei a ritagliarsi spazi che sono sfide con se stessa. Sempre nel 1962 arriva un’altra occasione con Il processo. Welles le fa leggere la sceneggiatura, per l’attrice aveva pensato alla parte che poi sarebbe andata a Elsa Martinelli. L’attrice vuole invece interpretare Leni, l’assistente ninfomane di un avvocato che seduce il protagonista. È un personaggio secondario, avrà solo dieci giorni di riprese, eppure nel momento di girare mostra qualche titubanza. Sarà Welles con la sua figura e la sua voce autoritarie a far tacere i suoi dubbi – “zitta, fallo!”, le grida. Schneider dirà di essere stata brava in questo film perché per la prima volta non si riconosce guardandosi.

La visione più affascinante del Cinema Ritrovato è stata L’enfer di Clouzot. Un piccolissimo estratto della durata di cinque minuti di un film incompiuto che sarebbe stato il paradiso in terra di molti cinefili – le riprese, iniziate nel 1964, vengono interrotte dopo tre settimane per problemi di salute del protagonista maschile Serge Reggiani e del regista stesso. Romy, che incarna le ossessioni di un marito geloso, appare come una perla stroboscopica che riluce di erotismo e sensualità, castità svelata e subito retrocessa nell’ombra. Il suo corpo è una tela su cui si proiettano i desideri dell’inconscio; una molla discende fino alle gambe, poi le circonda il collo; i suoi occhi ci guardano, sono ipnotici, seducenti; il sorriso enigmatico e compiaciuto mentre fuma o versa dell’acqua in un bicchiere che straborda; la paura, la sorpresa. Il bianco e nero si alterna al colore, la percezione del reale è un gioco d’immaginazione che si fa arte. Mai Romy Schneider è stata così libera, nuova, moderna.

In questo momento di rottura della sua carriera, a ventisette anni, l’attrice apre i suoi pensieri a un dialogo intimo con l’amico e regista Hans-Jürgen Syberberg. Trascorrono qualche giorno in vacanza a Kitzbühel e iniziano una chiacchierata informale che si trasforma in una confessione in cui l’attrice, e la donna, si raccontano in maniera molto spontanea e lucida. Ricordi della sua vita privata si susseguono al percorso artistico. A cominciare dall’adolescenza di cui Romy non ha memoria perché quando compie quindici anni sta girando il suo primo film. Non rinnega né rimpiange di aver fatto Sissi – “era giusto per l’epoca”, ammette; “ero sorpresa e felice per il successo, ma poi un giorno non volevo più essere lei”. Seduta davanti a un caminetto che scoppietta, dice di odiare lo star system. Preminger, con cui aveva fatto Il cardinale, le disse che aveva il talento per essere una star, ma avrebbe dovuto accettare tutto. Schneider non riesce a adeguarsi a un mondo che non sente suo. Vuole studiare teatro invece perché crede che sia la forma più nobile di recitazione e trovare un’opera moderna per debuttare in lingua tedesca: “Non posso permettermi Shakespeare, non ho la giusta preparazione”. Per questo sta facendo La voleuse, un piccolo film a basso costo in cui recita in coppia con Michel Piccoli.

Schneider interpreta Julia, una moglie insoddisfatta che è tormentata per aver avuto in giovane età un figlio che è stata costretta ad abbandonare. Quando il bambino ha sei anni va a cercarlo decisa a riportarlo a casa; la nuova famiglia si oppone, ma la donna è ostinata e presto scoppia uno scandalo che mette in crisi il suo forte desiderio di essere madre. La vita di Romy Schneider ha sempre finito per coincidere con la finzione: durante le riprese si assenterà un paio di giorni per andare in una clinica ad abortire.
Il film, che ha la dimensione di una tragedia classica, diventa il palcoscenico perfetto per dimostrare a se stessa le sue capacità drammatiche: l’impostazione teatrale della messa in scena, il monologo che recita di fronte allo spettatore (i dialoghi sono stati scritti da Marguerite Duras), quegli stati emotivi così ben espressi che acutizzano il conflitto – la promessa di felicità in cambio del sacrificio di una vita.

Il sodalizio con Sautet rappresenta per l’attrice una rinascita. Faranno insieme cinque film. Il regista sa cogliere la vera essenza dell’attrice, le sue ambiguità, attraverso un cinema di emozioni e sentimenti trattati con la leggerezza che accompagna la tradizione francese. In questo senso César et Rosalie è un inno all’amore e alla gioia, alla libertà che non conosce convenzioni. Il film ha un’andatura musicale che tocca gli alti e i bassi della vita. Al centro c’è il personaggio interpretato da Romy. Rosalie ama sia César che David in modo diverso e non sa, non può scegliere: «David, César sera toujours César, et toi, tu seras toujours David, qui m’emmène sans m’emporter, qui me tient sans me prendre et qui m’aime sans me vouloir…». I due ricambiano a loro modo: l’uno con la sicurezza e il possesso, l’altro con una promessa d’amore eterna sottaciuta. Con questo film Schneider entra nella modernità del quotidiano: si avverte sul suo volto quando assiste divertita all’ennesima scenata aggressiva di César contro David o quando sorride guardando i due stringersi la mano e pranzare amabilmente insieme. È questa la nuova immagine di Romy che voglio d’ora in poi conservare: vivace, solare, comprensiva e con qualche sprazzo di malinconia che offusca di tanto in tanto il suo sguardo.

Del resto Visconti, che era stato in qualche modo l’artefice del primo cambiamento nella percezione dell’attrice, aveva consegnato al crepuscolo l’icona di Sissi convincendola nel 1973 a interpretare per un’ultima volta Elisabetta d’Austria nel suo vertice, Ludwig. Qui l’imperatrice, non più principessa, ha perso la sua innocenza; al contrario, ha un temperamento forte, è disincantata e persino cinica nei confronti del cugino. L’attrice padroneggia completamente la parte che diciotto anni prima era stata creata per lei. Nell’ultima scena la vediamo vestita di nero che attraversa in silenzio le sale del castello; un campo lungo delinea la sua silhouette scura che esplode in una sonora risata. Ludwig sarà per Romy l’estremo saluto al personaggio che l’aveva consacrata e da cui cercherà sempre la piena assoluzione.

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