Copenhagen Cowboy, di Nicolas Winding Refn

Come se fosse un pilot di tre ore, una serie che promette bellezza ad ogni inquadratura ma attualmente non ne dà: il cinema di Refn involuto ad estetismo seriale. Su Netflix

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Come nel caso dei vecchi B-movie il cui recupero continua ad essere al centro di una visione autoriale programmaticamente postmoderna, al termine della visione di Copenaghen Cowboy, la serie tv di Nicolas Winding Refn approdata su Netflix il 5 Gennaio, ciò che resta sono le singole immagini ed il suono. Se lo score di Cliff Martinez è godurioso come non mai, libero di serpeggiare tra sintetizzatori e note mortuarie come gli non capitava in maniera così potente da tempo, il “neon demon” NWR – firma acronima che chiede spasmodicamente di assurgere al rango di artista visuale, come se lo schermo fosse solo un punto di partenza della sua ricerca stilistica – in quest’ultimo progetto per Netflix filma alcuni dei frames e dei momenti più emblematici del suo modo di piegare l’industria dell’immaginario alla sua poetica. Ma qui a furia di rarefarne le componenti costitutive e di continuare in maniera innegabile a sparigliarne i paradigmi di genere, di cinema in Copenaghen Cowboy rimane ben poco. L’astrazione intellettuale poi non è un processo che si confà alle piattaforme streaming commerciali non tanto per il target di riferimento – che ostinarsi a pensare ancora come audiovisivamente webete, per usare un neologismo altrettanto tecnologicamente generalizzante, è indice di mancata conoscenza delle modalità di fruizione intermediale dello spettatore medio – quanto per la comodità della visione domestica che inevitabilmente appesantisce il portato della riflessione che quest’opera pretende in tre ore di durata francamente asfissianti per dilatazione del flusso narrativo.

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Nel solito rimpallo di generi che partendo dai già esplorati ed adorati crime/thriller arriva al revenge-movie e, mai così direttamente, tocca tangenzialmente alcune corde della fiaba etnologica (probabilmente la novità più notevole), la serie di Refn mette in mostra le vicende dell’enigmatica Miu (Angela Bundalovic) all’interno del sottobosco criminale della capitale della Danimarca. La giovane “fortunata” infatti nel corso delle sei puntate sarà prima oggetto di devozione/timore superstizioso da parte di un clan di sinti, per poi trovarsi inopinatamente a salvare una giovane vita cinese, scontrarsi col pericoloso boss che la teneva in ostaggio ed infine essere coinvolta in un traffico di droga con spudoratamente ricchi e spudoratamente collusi imprenditori balcanici che dall’alto di glaciali grattacieli (stilisticamente illuminati, ovviamente) muovono in maniera enigmatica le file del racket che è l’intera economia cittadina.

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Pur tornando a dirigere nella sua terra natia, il regista quindi punta la sua mdp verso i rom, gli asiatici, i viscidi abitanti dell’Est-Europa e gli sprovveduti afroamericani a dimostrazione che ad unire le diverse nazionalità ormai padrone del degrado occidentale – neppure i danesi vengono naturalmente risparmiati: l’autoctono Sten grugnisce ogni volta che parla e l’aitante semi-vampiro sproloquia sulla necessità di esibire il suo pene – è la spinta alla violenza.

Che trova paradossalmente meno spazio visivo dato che i picchi ultra-gore cui Refn ci aveva abituati sono pochissimi a fronte di una sistematizzazione filosofica così calcata da risultare nichilista. Immersi nella plumbea fotografia di Magnus Nordenhof Jønck, i personaggi conoscono solo i codici di sopraffazione animale, come dimostra la non sottilissima allegoria coi maiali più volte reiterata e reificata in montaggi alternati forse mai così facilmente moralistici nel cinema di NWR. Come fosse una puntata pilota di un progetto-monstre, Copenaghen Cowboy presenta i pochissimi avvenimenti della vicenda di Miu come antefatti, premonizioni e flash di un’indagine seriale che si preannuncia, se le premesse fossero mantenute, lunga molte stagioni. Nell’attesa dei “giganti” annunciati nell’ultimo episodio dal sodale ed amico Hideo Kojima, l’ultima serie di Refn è allora una sequela di quadri statici che, pur straordinariamente abbaglianti, restano ad oggi eventi nani e di vacuo interesse spettatoriale.

 

Titolo originale: id.
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Angela Bundalovic, Lola Corfixen, Zlatko Buric, Andreas Lykke Jørgensen, Jason Hendil-Forssell, Li Ii Zhang, Dragana Milutinovic
Distribuzione: Netflix
Durata: 56′ (1° ep.), 51′ (2° ep.), 52′ (3° ep.), 54′ (4° ep.), 46′ (5° ep.), 53′ (6° ep.)
Origine: Danimarca, 2022/2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
Sending
Il voto dei lettori
4.16 (19 voti)
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