Daunbailò, di Jim Jarmusch

Se si guardasse al tempo attraverso la lente del cinema ci accorgeremmo che a volte i tempi sono davvero cambiati, ma altrettante volte ci parrebbe di nuotare nelle stesse acque e che il tempo si sia fermato. Era il 1986, vent’anni fa, quando Jim Jarmusch presentava al pubblico del cinema questo suo Daunbailò. Il festival di Cannes lo accolse con entusiasmo salutando il film come un piccolo evento, pur nel cogliere una frattura interna al film tra una prima parte molto alla Jarmusch e una seconda dominata da Benigni che catalizza l’attenzione e l’efficacia della scena.

Tre storie che si incrociano all’interno di una cella carceraria e tra le paludi della Louisiana. Tre volti come Tom Waits, che firma anche le musiche, John Lurie e Roberto Benigni che danno vita a questa storia appesa tra il sogno e la realtà. Il registro sul quale il film si regge è quello comico, il che avviene non soltanto per l’irruzione di Benigni. Ciò che, infatti, più caratterizza Daunbailò è quel suo procedere per frammenti sovrapposti, quel tipico avanzamento da gag comica che escludendo qualsiasi necessità di realismo riafferma l’aspetto più sensibilmente nonsense.

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Il film nasce e cresce, quindi, in una specie di stato di continua febbrile alterazione durante il quale il gioco delle immagini si sovrappone a quello delle parole. Basti pensare alla filastrocca che Benigni continua a ripetere (I scream, you scream, we scream for ice cream).  Questa peculiarità non sarebbe, in futuro rimasta estranea al cinema di Jarmusch per sua natura distante da qualsiasi aggancio “realistico” con la predilezione per un cinema “mentale”, mai cerebrale, che trova sede e comprensibilità solo attraverso un lavoro di depurazione dai canoni della quotidianità. Questo meticoloso lavoro ha condotto la sua filmografia su binari davvero inusuali. Jarmusch racconta storie di già scomparsi  (Dead Man, Ghost Dog,…) finali di partita, morti che raccontano. Immagini quindi come viatico per il racconto di chi non è più interessato a questo essere terreno, corpi che si dissolvono nella narrazione e nell’immagine, in quell’estetica della sparizione, come Canova (“Bianco e nero” n.3, 2000) definisce la sua poetica, mutuando da Virilio, che fa di Jarmusch uno degli autori che meglio ha realizzato quel cinema puro in cui il gioco e il nonsense svuotano di significato il quotidiano, quel cinema sospeso nella pacatezza del distacco, da qualsiasi materialità, quel cinema che vuole raccontare l’anima, più che il corpo. Un cinema in cui ci piace ritrovarci e che annulla nelle immagini qualsiasi possibile distanza temporale.

 

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Titolo originale: Down by Law
Regia: Jim Jarmusch
Interpreti: Tom Waits, John Lurie, Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Ellen Barkin, Billie Neal
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 107′
Origine: USA, 1986

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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