Dolittle, di Stephen Gaghan

Accolto da una selva di stroncature in patria il film con Robert Downey Jr. è in effetti un’opera produttivamente senza senso ma in grado a tratti di attrarre per stravaganza e bizzarria grafiche

Negli Stati Uniti, principale mercato per cui questa grande produzione era stata pensata, questo Dolittle di Stephen Gaghan (premio Oscar per la sceneggiatura di Traffic, regista di Syriana e recentemente di Gold) è stato equanimemente stroncato da critica e pubblico. Dunque è facile prevedere come non avrà miglior esito nel resto del mondo. A visione avvenuta, Dolittle è infatti una pellicola in cui i motivi di attrazione sono così pavidi da non riuscire a bilanciare i motivi di repulsione, che sono invece ben più aggressivi. Sarà soprattutto per la deleteria pratica dei reshoots a cui l’ultimo film di Gaghan è stata sottoposta ma Dolittle emerge dal calderone dei blockbuster solo per lo spreco delle buone potenzialità che lo script possedeva.
Innanzitutto la sceneggiatura di Stephen Gaghan e John Whittington sceglie da subito di accantonare la famosa versione del personaggio data dalla serie che ha visto come protagonista per i primi due episodi Eddie Murphy. Tornare all’originale figura del dottore creata dallo scrittore britannico Hugh Lofting in 14 libri dedicati ai bambini aveva la giusta intuizione di volerne recuperare lo spessore avventuroso. Parlare con gli animali per curarli era infatti una premessa così fantasiosa da far sì che tutto il contesto di partenza debba avere lo stesso spirito irrealistico.

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E Gaghan in questo senso osa mandando il suo protagonista in giro per terre suggestive, esaltate dalla fotografia di Guillermo Navarro. Dolittle si rifa a più riprese all’immaginario legato al fulgore dell’impero britannico (quindi Corti infingarde, vascelli su mari, Marina stolida) e ai territori sottomessi al suo colonialismo (gli occhi orientaleggianti e bistrati del personaggio interpretato da Antonio Banderas).

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Annegata in una luce abbacinante, la vicenda è suddivisa nelle canoniche tappe del “viaggio dell’eroe”. Questa semplicità strutturale non impedisce a Gaghan di segnare il suo protagonista con il senso di colpa per la morte della consorte, intrepida esploratrice dispersa durante un viaggio oceanico. Qui il film rivela però la propria indecisione di tono: gli accenni drammatici sono tagliati pesantemente da un montaggio schizofrenico fatto sicuramente a posteriori a favore di gag pesantemente triviali, soprattutto se confrontate con il british humour fin lì utilizzato. In particolare l’inspiegabile scena della cura dell’occlusione intestinale del drago tramite estrazione di vari oggetti dal suo deretano non solo rasenta lo scult ma non rende giustizia artistica all’incredibile lavoro degli attori protagonisti che doppiano la banda di Dolittle.
Anche Robert Downey Junior, per chi lo vedrà in originale, fa un pazzesco lavoro sulla voce e sulla mimica dimostrando come sia ancora spendibile per un franchise di larghe dimensioni. Che a questo punto, dati gli incassi non sarà questo. Per una volta gli umani si sono dimostrati più svegli di Chee-Chee…

Titolo originale: id.
Regia: Stephen Gaghan
Interpreti: Robert Downey Jr., Antonio Banderas, Michael Sheen, Jim Broadbent, Jessie Buckley, John Cena, Harry Collett, Marion Cotillard, Charles De La Tour, Carmen Ejogo, Ralph Fiennes, Selena Gomez, Kumail Nanjiani, Rami Malek, Octavia Spencer, Craig Robinson, Emma Thompson, Tom Holland
Distribuzione: Universal
Durata: 106′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1.67 (3 voti)
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