Fellinopolis, di Silvia Giulietti

Il documentario schiva il pericolo di diventare l’ennesimo studio felliniano potendo contare sui backstage di Ferruccio Castronuovo e interviste a collaboratori come Nicola Piovani e Dante Ferretti

Woody Allen, nell’ultimo film che sa tanto di commiato dal pubblico e dal cinema stesso, quando omaggia la Settima Arte mette in scena la parodia di ben due film di Federico Fellini mostrando che da Stardust Memories in poi – magica re-interpretazione in salsa schlimazel di – la filmografia del regista riminese ha continuato a fargli da stella polare fino alla canizie. Dal canto nostro, noi italiani ci troviamo a cavalcare l’onda lunga di Fellini 100, il calendario di eventi patrocinato dal Ministero dai Beni Culturali per celebrare il centenario della nascita del regista italiano ancora oggi più amato all’estero. Ed è proprio dopo varie traversie produttive e distributive – quest’ultime, come facilmente si può immaginare, causate dalla pandemia di Covid-19 – che esce nelle sale, dopo aver partecipato all’ultima Festa di Roma, il documentario Fellinopolis, scritto e diretto da Silvia Giulietti e distribuito da Officine Ubu.

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Pur nel profluvio di opere, studi ed omaggi inerenti Fellini, il film di Giulietti riesce ad innalzarsi su opere similari grazie soprattutto al materiale d’archivio da cui prende le mosse. La regista ha infatti lottato per ottenere, finanziandosi da sé l’acquisto di quelle bobine conservate alla Cineteca Nazionale di Roma per quattro decenni e da lei fatti digitalizzare, gli Special – Backstage girati da Ferruccio Castronuovo, che all’epoca venivano utilizzati per il lancio dei film, sui set de Il Casanova, La città delle donne, E la nave va, e Ginger e Fred. Purtroppo il materiale filmato per la rivisitazione dell’amato-odiato seduttore veneziano del Settecento è andata perduta in un incendio ma quel che è rimasto delle restanti lavorazioni è stato montato dalla regista in una maniera in grado allo stesso tempo di ribadire con forza alcuni aspetti della poetica di Fellini e svelarne altri. Fellinopolis prende innanzitutto le mosse dal clima instaurato sui set dal regista che, dopo i trionfi internazionali, nella seconda fase della sua carriera ebbe la possibilità di ricostruire nell’amata Cinecittà la sua nazione ideale, fondata sul diritto-dovere di fare cinema già durante la realizzazione del film. Gli spezzoni degli special di Castronuovo seducono difatti lo spettatore mostrando una realizzazione impensabile oggi per libertà creativa e limitazioni morali – sì, ci riferiamo al rapporto con le attrici de La città delle donne ma anche al romanticismo di una pausa lavorativa de E la nave va con i fiori regalati a Masina in un gesto allo stesso tempo tenero e paternalista – in cui Fellini si muoveva bonariamente e rigidamente come un direttore di circo. La smodata passione espressionista per i corpi di tutte le sue comparse viene risaltata dal ricordo di Lina Wertmüller che, in una delle interviste ad alcuni collaboratori inserite per punteggiare una narrazione già iconica di suo che forse non ne avrebbe avuto bisogno, racconta di un inseguimento in macchina per cercare di scritturare una faccia particolare vista solo per un attimo nel traffico di Roma.

Ma dietro al mito cameratesco del carisma romagnolo di Fellini, che durante un’intervista visibile nel film ci tiene a rimarcare che: “È vero, ho bisogno di armonia con i collaboratori come se stessimo per fare una scampagnata, un viaggio insieme“, il doc di Giulietti mostra alcuni flash capaci di indebolire le certezze di una ricostruzione sempre più nazionalistica. I rimproveri a Mastroianni o quelli alla comparsa de E la nave va che se non avesse riso a comando si sarebbe beccato una scarpata potevano essere, se magari maggiormente sviluppati, le unghia critiche su una lavagna altrove acriticamente agiografica.

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Fellinopolis invece, dal canto suo, riesce ad evitare quasi del tutto questo pericolo grazie alla forza emanante dal collage del girato da Castronuovo, ri-assemblato da Giulietti secondo un gusto molto intelligente che riesce a far risaltare anche solo tramite alcuni brevi frames le microstorie personali e i rapporti di e sul set. L’artigianalità degli effetti speciali messi in scena dalle preclare maestranze di Cinecittà ha il pregio di scaturire naturalmente dal flusso d’immagini ed anche la rivendicazione compiuta dalla storica segretaria di edizione Norma Giacchero del fatto che la nave beccheggiante ospitata nell’amato Teatro 5 di E la nave va fosse meta di produttori e attori meravigliati dal suo meccanico rollaggio funziona come una gustosa aggiunta piuttosto che come nota nostalgica. In un documentario che ha il pregio di non cercare a tutti i costi la sottolineatura retorica, Fellinopolis guadagna ulteriore compattezza dal fatto di essere centrato precisamente solo sui tre film della fase matura di Fellini (a parte un paio di interviste alle protagoniste di ).
Forse, a voler fare i metronomi del minutaggio, maggiore spazio avrebbe meritato il mortuario Ginger e Fred, che si sarebbe ben collegato all’ultima parte del film, centrata sulla malattia e il funerale del regista nel Teatro 5. Anche con questa piccola assenza, e con quella ben più dolorosa del bruciato Il Casanova, Giulietti si pone alla giusta distanza storica/emotiva dalla città circense più entusiasmante che il cinema abbia mai conosciuto.

Regia: Silvia Giulietti
Distribuzione: Officine Ubu
Durata: 78′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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